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6.3

Viene da Bogotà la new sensation wannabe del dancefloor internazionale. Accasata oramai a Brooklyn, come ci si aspetta da qualsiasi cosa abbia capacità di traino nell’industria musicale internazionale, specialmente se vagamente hip e intellettualoide. Così, dopo una serie di singoli che hanno fatto ampiamente parlare della giovane compositrice come di una sorta di one-man-electronic-dance-orchestra, ecco il debutto sulla lunga distanza.

Si apre con un lungo respiro in primo piano, reminiscenza di tanto suono e immaginario sci-fi e (cyber)punk, prosegue con il discorso politico in primo piano di They told us it was hard, but they were wrong che dà la cifra dello stile: spoken-word ritmato, scarsa melodia e un battito pulsante che prova far passare immediatamente il messaggio dal cervello al piede che batte il tempo. Megapunk e gli intermezzi strumentali mostrano il talento e la sensibilità per lavorare sulle timbriche sintetiche, costruendo architetture semplici ma di impatto, con una Do whatever you want, all the time che sfiora l’ambient e l’elettroacustica.

La promessa di un pop declinato dancefloor ma con un’anima raffinatamente politica e culturale, sembra guardare a un modello come quello di Róisín Murphy e dei sui Moloko degli anni Novanta, ma rimane corta (a volte molto corta, come nell’episodio intitolato Tony, che sporca il foglio con pruriti esotici fuori contesto) sul piano del risultato. Le cose funzionano appieno, e forse non sarà un caso, solo nella conclusiva featuring con Helado Negro, dove si sente anche un brandello di melodia a dare senso alla programmatica premessa pop del progetto e dove anche la stessa Ela Minus decide di lasciare da parte l’algidità robotica in favore di una voce più piena e che ricorre anche a un pianoforte. Curioso che sia proprio un pezzo che non ha la struttura pop tanto decantata dalla sua autrice.

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