Recensioni

I Fiery Furnaces si sono sciolti giusto un lustro fa e con loro se n’è andato un teatrino mirabolante in grado di restituirci l’anima più eccentrica del rock dei 70s, quella dei connubi glam con l’avanspettacolo, il musical e oltre. Dei due fratelli Friedberger, Eleanor era la cowgirl indie, la Liza Minnelli off Broodway, e Matthew il grande produttore dimenticato, il genio trasformista e tuttofare che non le avrebbe mai fatto incidere un disco di americana, non senza infilarci di traverso mezza storia della musica del ‘900. I’m Going Away, ultimo album della formazione, era anche il disco che segnava l’avvicinamento pop, alla maniera di Matthew naturalmente, con la coppia a cantare profeticamente The End Is Near in quel perfetto connubio di farsa e naïveté. Il bello di Eleanor nei Furnaces è sempre stato nell’interpretazione, benché fosse l’interprete di uno spettacolo che non era il suo: lo poteva influenzare, commentare nel suo caldo tono parlato-cantato e con quella punta di nasale distacco, non dirigere. Il mistero di Eleanor, il suo quid più intrigante, sembrava strettamente legato alle proiezioni e all’immaginario del fratello, espressioni del suo lato maschile e femminile.
Da solista, a partire da Last Summer e poi in Personal Record, la Friedberger ha sentito il bisogno di ritornare là dove tutto è iniziato: nella cameretta dove i due giocavano a fare i musicisti, lei microfono in mano e lui ad accompagnare con gli strumenti. Ciò che è cambiato è che finalmente Eleanor può essere Eleanor, e giunta al terzo album la sua New View si traduce in un lavoro scritto nella sua nuova residenza ad Upstate New York e infarcito di Dylan, Neil Young e, in generale, di tutta la parte classic del sound stellestrisce degli amati 70s coltivati assieme al fratello. Chi è veramente Eleanor ora, lontano dalla città, da Brooklyn e dagli hipster, è ciò che viene raccontato in queste canzoni che ancora una volta non la svelano del tutto ma ci fanno sentire la mancanza di quel gusto un po’ voyeurista e un tantino irritante che la circondava in passato. Sono rimasti il timbro, l’interpretazione, mentre la personalità s’è diluita, o forse rafforzata.
Qualche buona canzone ispirata dai ricordi e dalla tradizione americana non manca, ma in definitiva sembra che i brani non abbiano abbastanza urgenza e nerbo per distinguersi dal seppur buon format di genere. Ci troviamo a domandarci alla fine se la musicista avesse veramente bisogno di un disco così: la risposta e il senso è nei testi, negli arrangiamenti, nella produzione (il disco è stato registrato live nello studio personale di Germantown a New York con l’aiuto del produttore Clemens Knieper), nel mastering professionale, nelle armonie ben levigate, eppure nulla che scuota davvero. È Eleanor che cerca il suo posto in un filone adult rock non facendosi mancare nulla: dal sound cristallino e intimista della sei corde alle code strumentali, dai suadenti humming agli organetti hammond, all’attacco della buona opener He Didn’t Mention His Mother che cita Knockin On Heaven’s Door e così via. Peccato perché False Aphabet City, brano che non è stato compreso in scaletta (e che testimonia il “tradimento della città”) sembrava la premessa di un album più uptempo e vicino ai Furnaces, ed ora invece è lì a ricordarci quanto le passate alchimie fossero preziose ed irripetibili.
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