Recensioni

Sono ormai lontani i tempi in cui Eleanor Friedberger, insieme al fratello Matthew, coniugava blues, psichedelia e sperimentazione con improvvise virate nell’elettronica più giocattolosa. L’avant duo Fiery Furnaces, scioltosi nel 2011, ci aveva regalato una delle sorprese più interessanti dell’alternative rock degli anni 2000. Poi, tensioni e spinte isolazioniste avevano determinato la fine del progetto, inaugurando le carriere soliste dei due fratelli. Ben più fortunata quella di lei, che giunge oggi al quarto album in studio.
Se dovessimo cercare un aggettivo per Rebound, lo definiremmo anzitutto un disco furbo. Dietro la sua cortina pop patinata e impeccabile, si scorge chiaramente un disegno neanche troppo ambizioso, eppur validissimo: confezionare un numero discreto di brani seducenti che facciano passare inosservati i restanti prescindibili, vestendo il tutto con un suono che riesca ad essere perfettamente contemporaneo ma anche un po’ vintage (la combo sembra impossibile, ma la soluzione è fin troppo semplice: basta evocare gli anni ’80 e il gioco è fatto, oramai lo sanno tutti). L’apertura è affidata a My Jesus Phase, dalle modulazioni morbide e la ritmica incalzante: sembra di sentire risuonare una qualche malinconia à la Beach House, ma con meno calore. Poi arrivano i fraseggi catchy di The Letter, e ancora una volta quella freddezza che ritroveremo spesso in questo disco, persino negli episodi di maggior rilievo. Si prosegue sempre più convintamente verso il pop accattivante e di facile ascolto con Everything, In Between Stars, primo singolo estratto (che non sfigurerebbe come jingle di una crema idratante o di un’automobile), e Make Me a Song (una delle più spudoratamente ‘80s). Meno riuscite la breve Nice To Be Nowhere, dove un certo ripiegamento intimista, nuovamente in stile Legrand & Scally, suona forzato e manieristico, e It’s Hard, complessivamente un po’ piatta.
Dominano i pad anni ’80 sugli ultimi tre brani: Are We Good, Showy Early Spring e Rule of Action, quest’ultima particolarmente interessante perché lascia intravedere, coi suoi tempi scomposti e la stratificazione degli arrangiamenti, uno sforzo compositivo lievemente superiore a tutti gli altri. Nel complesso, Rebound è un buon prodotto pop, elegante ed equilibrato, la cui unica pecca, che tuttavia ne compromette inesorabilmente lo spirito complessivo, è la totale assenza di imprudenze e sconsideratezze. Eleanor Friedberger questa volta rinuncia ad osare e resta nei ranghi, ma dimentica che un disco non sarà mai veramente riuscito senza azzardi.
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