Recensioni

6.5

La visione degli Elektro Guzzi – chitarra elettrica, basso e batteria da Vienna – è quella di una techno suonata dal vivo, necessariamente sperimentale nell’esplorazione sonora, fortemente legata alle tradizioni mitteleuropee. Nell’intezione di sembrare techno anche quando il paradigma techno non era lo sfogo ideale, i lavori del gruppo austriaco si sono però fin qui concessi al generalismo simil-minimale di scuola tedesca. Generalismo valido, accettabile, tenuto in piedi da un’onestissima ricerca della pasta sonica perfetta, ma in quanto tale non abile a proiettare segni di futuro, perchè della techno ha solo la pelle e non il cuore. Con Observatory, terzo album in studio del trio, qualcosa cambia. Le abitudini di quella scena techno-house di metà anni Zero si dilatano, emergono sprazzi house meno referenziali, e lì si inverte la prospettiva. Prospettiva che con premesse simili Brandt Brauer Frick riprende con taglio jazz-orchestrale, e che gli Elektro Guzzi declinano a modo loro, da rock-band a cassa dritta, con pedaliere spinte all’estremo.

Trojan Robot e Atlas ripescano i generalismi di cui sopra, reminescenze dei giochi di inviluppo marcati Booka Shade. Acid Camouflage e Threshold People, figlie della rivoluzione electroclash di inizio Duemila, sono pieno territorio Poney 1 targato Vitalic, climax di effettistica e detuning seriali. C’è spazio anche per un take subacqueo (Atlas Flip), ricordo sfocato delle hydro-theories dei Drexciya. Poi Undulata e The Grist, numeri che segnano il cambio di scena. Il primo, una sorta di exotica in wild-pitch, manda in loop tre corde di basso in un crescendo di percussioni, delay e riverberi. Nel secondo, funk tropicale, il basso si scioglie fluido e articolato, le chitarre prima improvvisano riff dal sapore afro-beat, poi si trasformano in marimbe di cristallo. Ribaltamento non da poco, soprattutto quando le note stampa parlano di techno-tanzband. E per quello che vale, non si è più così certi che si stia discutendo di techno.

Prodotto in collaborazione con Patrick Pulsinger, figura storica dell’Austria elettronica, Observatory ha il merito di cercare, almeno in un paio di occasioni, una via d’uscita rispetto alla tipica discografia Elektro Guzzi. Disco che prova a liberare nuovi scenari dopo gli esordi saturi di techno-house di maniera, innestando elementi di discontinuità su pezzi altrimenti fermi al buon artigianato.

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