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«Non sono una persona adatta a diventare troppo famosa»: inizia con questa battuta dello stesso Smith il documentario Heaven Adores You, in uscita in DVD il 17 luglio 2015. La storia di Elliott Smith non è troppo dissimile da quella di Kurt Cobain, entrambi artisti dotati, nati in una città americana lontana da particolari scene e provenienti da una famiglia di genitori separati, entrambi con problemi di tossicodipendenza ed entrambi catapultati loro malgrado verso la notorietà. Anche se c’è da dire che a Cobain viene riservato il destino peggiore, con una consacrazione mondiale e a tutte le latitudini ben più difficile da gestire, rispetto a quella più circostanziata (seppur su larghissima scala) di Smith. Appurato che la conclusione della storia, sfortunatamente, sarà la stessa per entrambi.

Heaven Adores You è uno spaccato commovente, e ricostruisce la vita di Elliott Smith – vero nome Steven Paul Smith – dall’infanzia a Dallas, transitando per quella Portland da cui parte la sua carriera solista, dopo qualche anno passato negli Heatmiser. Diventato una celebrità soprattutto nella cittadina dell’Oregon, Smith si trasferisce prima a New York e poi a Los Angeles, megalopoli in cui, oltre al grande successo, troverà anche la morte a 34 anni, il 21 ottobre del 2003 (causa del decesso, due coltellate al petto probabilmente auto-inferte, presumibile conseguenza di depressione e alcolismo). In mezzo, il grande amore per la musica, cinque bellissimi dischi solisti pubblicati in vita – Roman Candle, Elliott Smith, Either/Or, XO, Figure 8 – e una candidatura all’Oscar per il brano Miss Misery (con tanto di esibizione agli Academy Awards, in cui Smith si presenta vestito con un completo bianco che lo fa sembrare davvero un pesce fuor d’acqua) che accelererà una scalata destinata a deflagrare in quella mitologia riservata agli artisti bruciati troppo in fretta.

Il film ricostruisce le vicende e la discografia di Smith, ma non si occupa in maniera specifica degli input musicali alla base della sua arte (se si eccettua qualche corretto riferimento a Nick Drake e qualche citazione a sproposito per Simon & Garfunkel) o delle session di registrazione dei dischi. Decide invece di seguire una narrazione più focalizzata sull’uomo, attraverso le testimonianze di ex fidanzate, vecchi compagni dei tempi degli Heatmiser, tecnici di studio, film-maker, persone vicine all’artista e colleghi di tour. La scelta è opportuna, dal momento che proprio la ricostruzione biografica offre il fianco a numerose riflessioni sulla grana di una musica che disco dopo disco diventa sempre più peculiare e specchio delle esperienze vissute – comprese quelle peggiori dell’ultimo periodo, ripercorse dalla pellicola senza fare sconti.

Il quadro che emerge è quello di un musicista virtuoso, estremamente sensibile – sintomatica la difficoltà di uno Smith già avviato verso la carriera solista che fatica a separarsi dagli amici Heatmiser – e vulnerabile, a cui tutti gli intervistati sembrano voler rendere omaggio più per questioni meramente affettive che per evidenti meriti artistici. Testimonianza ne sono le lacrime che, a dodici anni dalla morte del musicista, qualcuno di loro ancora non riesce a trattenere.

19 giugno 2015
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