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Senz’ombra di dubbio Darren Star è da considerarsi uno degli autori più importanti della serialità statunitense. Con Beverly Hills 90210 (1990-2000) ha portato in televisione l’adolescenza a 360° ed è diventato un modello imprescindibile per le teen series a seguire (Dawson’s Creek, The O.C.). Qualche anno dopo Sex and the City (1998-2004) è arrivata laddove nemmeno il cinema era ancora pienamente riuscito, avendo unito in maniera originale l’immaginario spettacolare newyorchese (Woody Allen, Nora Ephron) ad una rappresentazione rivoluzionaria dell’universo femminile. E di recente, pur lontano dai fasti del passato, anche Younger (2015- – con settima stagione in arrivo) vanta alcune scelte brillanti, a partire da una protagonista, madre quarantenne di periferia, che si finge venticinquenne per avviare una carriera nell’editoria della Grande Mela. 

Emily in Paris segna l’approdo di Star nel mondo dello streaming e dei suoi vezzi. Emily Cooper (Lily Collins) è una ragazza del Midwest che lavora per un’azienda pubblicitaria di Chicago come social media manager. In seguito all’acquisizione da parte della società di una più piccola compagnia di marketing di Parigi, Emily deve trasferirsi per un anno nella capitale francese così da agevolare la transizione e potenziare il coinvolgimento social dei brand-clienti (per la maggior parte legati al mondo della moda). Se da un punto di vista professionale il nuovo lavoro è un’occasione d’oro, da quello umano è un frustrante percorso ad ostacoli. Emily si trova a fronteggiare una serie di problemi: un fidanzato rimasto a Chicago, un vicino di casa attraente e un ufficio pieno di persone ostili alla sua presenza. In compenso il suo profilo Instagram (@EmilyinParis) comincia ad avere particolare successo.

Facilmente interpretabile come un corrispettivo di fast-food, il controverso termine fast-fashion indica la produzione in massa di un prodotto della moda economicamente efficace, capace di creare nuove tendenze quasi in tempo reale. Strumento principale di tale approccio è il marketing, il cui massiccio impiego tende a creare il desiderio nei consumatori con rapidità; ciò si ottiene promuovendo un’idea di moda “veloce” (il passaggio “immediato” dalle passerelle agli scaffali), a basso prezzo e usa-e-getta (per non parlare della scarsa sostenibilità). 

Fin dal suo primo episodio Emily in Paris, la serie più divorata in Italia di queste ultime settimane, non ha timore di mostrare il suo attaccamento non solo alle logiche più comuni di Netflix ma anche alle strategie tipiche della fast-fashion o, in questo caso, del fast-serial (il punto in comune è l’idea di binge-watching). La sua “efficacia nel breve termine” è racchiusa nel modo in cui frulla diversi ingredienti provenienti dal passato (anche recente) di Darren Star con altri che invece non gli appartengono, sebbene abbiano parecchi debiti nei suoi confronti. In questo modo la serie tenta di fare breccia nel cuore dei consumatori di un certo tipo di rom-com glamour, dandogli l’impressione di assistere ad una “nuova versione” di Sex and the City, una “nuova versione” de Il Diavolo veste Prada (già Younger poteva sembrarlo) o una “nuova versione” di Gossip Girl (il personaggio di Blair era ossessionata da Parigi e da Audrey Hepburn alla quale, tra l’altro, Collins somiglia).

Ma la riproposizione non aggiornata dei precedenti modelli non si confà alla piattaforma di streaming (nemmeno Stranger Things lo è), volenterosa di sconfiggere la concorrenza e ottenere il primato per quanto riguarda lo spettacolo rivolto alle nuove generazioni. Così la chiave di volta di Emily in Paris si trova (o almeno vorrebbe) nella tipologia di lavoro della sua protagonista e nel suo crescente ruolo di influencer («Noi americani abbiamo inventato i social media»), anche se poi quest’ultimo aspetto va a perdersi completamente a metà stagione a favore di un più banale ménage à trois (d’altronde siamo in Francia…). Quella che sarebbe potuta essere una lettura interessante sul tema, sulle dinamiche di una delle professioni più incomprese del nostro presente, si rivela essere l’ennesima occasione sprecata; a tale scopo non c’era riuscito nemmeno il documentario Amazon Unposted su (e per) Chiara Ferragni, lei che ha contribuito all’esplosione del fenomeno.

Ciò che resta di Emily in Paris è una storiella stereotipata di cinque ore circa sugli usi e costumi dei francesi (antipatici, promiscui, depressi, con scarsa igiene) che, ovviamente, ha creato non poche polemiche. «Il punto di vista americano» che sbandiera con tanta fierezza Emily, riferendosi alla bellezza dell’ottimismo e dell’happy ending, diventa la condanna dell’intera serie, persa in un intreccio da domenica pomeriggio che non ha niente di accattivante, provocatorio, sagace. Per esempio nel terzo episodio (Sexy o sessista?) si cerca di riflettere sull’ambiguità di certe pubblicità o sulla capacità castrante del politicamente corretto ma, proprio come nella fast-fashion, si attacca e stacca allo spettatore nello stesso modo con cui un vestito di H&M si sforma al secondo/terzo utilizzo.

Il problema va ricercato a monte, in quelle drammatiche perdite di significato che si sono verificate nel passaggio dai pensieri romanzati di Carrie Bradshaw, con destinazione finale il New Yorker o gli scaffali di Barnes&Noble, alle immediate ma semplicistiche (anche per questioni di spazio) frasi di accompagnamento dei post Instagram di Emily Cooper («Le vagin n’est pas masculin!» repostato nella finzione da Brigitte Macron e Carla Bruni). Si potrebbe aprire una parentesi infinita su come questa fast-lost in translation abbia influenzato e influenzi anche alcuni territori che, invece, dovrebbero rimanerne incolumi (su tutti, certi dibattiti culturali e politici). Basta chiedersi se sia questo il modo migliore oggi per far riflettere sul contemporaneo il vasto pubblico. Si spera vivamente di no.

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