• Dic
    15
    2017

Album

Aftermath, Interscope Records

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L’urlo è un atto catartico, si sa. Ne esistono però di almeno due tipi. Tipo n°1: l’urlo di chi inveisce contro qualcosa (o contro qualcuno; ad esempio i punk che se la prendono con la Thatcher o con Reagan o con la Società del benessere capitalistico brutta e cattiva di inizio anni Ottanta). Tipo n°2: l’urlo di chi si libera da qualcosa (che magari lo assicurava a un paio di catene, reali o immaginarie; è il caso degli schiavi e i loro gospel, o di certi furenti canti contro dittatori, oppressori, aguzzini e torturtatori di ogni genere e tipo). Nella terra di mezzo dell’urlo, fra il primo tipo e il secondo, ne esiste poi un terzo: è l’urlo “invisibile” per eccellenza. I tedeschi lo chiamano urschrei, ossia urlo primario, ed è qualcosa che oltrepassa tanto i limiti della protesta contro qualcosa/qualcuno quanto il lamento per la libertà da conquistare; perché l’urschrei rompe i confini che ci legano al mondo fisico e sociale e ci trasporta nell’interiorità.

In questo senso, l’urschrei per eccellenza ha perlomeno due campioni (non sempre) riconosciuti: l’Urlo di Munch (sì, il famoso quadro del pittore norvegese dotato di un portentoso binocolo interiore), e le grida infuocate e inconsolabili di Iggy Pop (che in epoca post-sessantottina eccellette in quella forma di urschrei già praticata da eroi imperituri quali Jim Morrison e i Velvet Underground). Ora, poniamoci una domanda: nel contesto musicale a cavallo fra vecchio e nuovo millennio, c’è ancora spazio per l’urlo di chi inveisce contro? E soprattutto: ha ancora senso cercare nei testi delle canzoni pop (qualsiasi cosa significhi oggi essere o fare del pop…) la miccia detonante dell’urschrei appartenuto a tipi come William Blake, Edvard Munch, Meister Eckhart o Dino Campana? La risposta è nì, ossia né sì né no. Prendiamo il rap, ad esempio: per lungo tempo ha avuto un’ala politicizzata (un nome per tutti: Public Enemy) che fece dell’urlo, o meglio ancora dell’invettiva urlata, la sua arma prediletta contro le storture della società a stelle e strice in genere e contro quelle della società bianca in particolare, che da sempre opprime i fratelli neri (yo, brother, yo… ben detto!). Poi, venne lui: Eminem (Marshall Bruce Mathers III all’anagrafe), il rapper smunto di Detroit, un ragazzino bianco incasinato come un nero che si scatenava in furiose filippiche contro la società, il ghetto e la vita di merda che là dentro si conduce.

Fin qui, tutto regolare. Dopotutto, il suo disco capolavoro sfrutta al massimo proprio questa sua incazzatura e ne fa un punto di forza. Alludiamo a The Marshall Mathers LP (Columbia, 2000), dove a predominare è la figura dell’alter-ego Slim Shady e che ci offre una sfilza di (riuscite) invettive a suon di “intercalari” tipo “bitches” (cagne), “sluts” (troie) e “faggots” (checche). Arieccole, le invettive: si presuppone quindi che i pezzi del summenzionato disco appartengano a quel tipo di urlo di chi inveisce contro qualcosa e contro qualcuno. Sì, anche, ovvio. Ma c’è dell’altro: perché stavolta il ragazzino che gioca a fare il rapper, o se preferite il rapper che gioca a fare il ragazzino, si smarrisce e trova la strada per l’inconscio e ne tira fuori di numeri urschrei che spaccano. Uno su tutti: Kill You. 4:24 minuti di invettive morrisonian-psicanalitiche che (complice la produzione di Dr. Dre) ci dicono qualcosa di così personale che forse nemmeno il suo autore voleva si sapesse. Et voilà: l’iper-realismo esplode nel rap del detroitiano, e all’improvviso si materializza l’Autostrada per l’Inconscio. Un evento raro, soprattutto nella musica pop, ne converrete. Raro persino nel rap, che da sempre è ricco di anfratti psicanalatici abitati da epico-titanici urschrei. Attenzione, però.

La tragedia è un genere che funziona solo quando si dimentica della messa in scena. Più ne è consepevole, più si ritrae l’urschrei e la cosa da seria si fa faceta. Il nuovo disco di Eminem – il suo nono; titolo: Revival – è un caso esemplare di auto-parodia involontaria: i casini coniugali del passato, i litigi con la madre Kim, e tutto quanto aveva contribuito a dare una voce – o meglio ancora un urlo – a quanto di tragico ma vero c’era in lui, si è dissolto come neve al sole. Al suo posto ci sono invece un sacco di stereotipi: nei testi, nelle musiche, e persino nei sample utilizzati. Risultato: una raccolta fatta di pezzi spompati, di sample mollicci (nelle 19 tracce del disco – 4 delle quali prodotte da Rick Rubin – ce ne sono numerosi, e spaziano da classici dell’hip-hop quali EPMD Masta Ace, Schoolly D, Run-DMC e Beastie Boys, fino a cose più mainstream tipo Cranberries, Barry White e Joan Jett).

Pochi gli hook melodici memorabili. Troppi (forse) gli ospiti (oltre a Beyoncé, ci sono anche: Alicia Keys, Ed Sheeran, PHRESHER, Pink e Kehlani). Minimi i risultati artistici: Remind Me – prodotta da Dr Dre (anche produttore esecutivo dell’intero lavoro) – che campa (ma già al secondo ascolto è bella che sepolta) del riff granitico della classica I Love Rock’n’Roll; In Your Head che fa la stessa cosa con insopportabile inconsistenza usando la cranberriana Zombie; Framed che invece vorrebbe fondere hardcore rap e hardcore punk e ahinoi è floscia come un soufflé fatto di sola aria. Particolare curioso: mai come in questo disco il cliché “urlo-più-o-meno-rabbioso-del-cantante-bilanciato-dalle-voci-angeliche-di-sottofondo” raggiunge apici di tragico (stavolta sì possiamo definirlo tale) kitsch.

In definitiva: un disco da dimenticare. Ma non necessariamente un’occasione persa. Perché l’uomo ha talento, e sa anche come ritornare a far urlare le sfighe più intime e inconfessabili. Allora ascolta un consiglio, caro Eminem: back to the basics. E quando ti fai la barba, urla perché ti girano le palle, perché un fottuto branco di imbecilli governa il mondo (son cose che sai fare, dai; ricordi l’intenso freestyle contro Donald Trump ai BET Awards di un paio di mesi fa? Ecco, quello!), e non perché ti annoia la tua vita da fottuta popstar. In fondo lo sai anche tu, no: il dolore si trasforma e ti trasforma in (mille) modi che nemmeno la più tragica delle tragedie greche saprebbe indovinare. Tu torna a dar voce (o meglio, urlo) a quel dolore. Noi ti aspetteremo a braccia aperte.

22 Dicembre 2017
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