Recensioni

Sin dalla copertina, il terzo album solista di Emma Pollock è una profonda disamina delle proprie radici. Harperfield era infatti il nome della residenza dei genitori Kathleen e Guy (quest’ultimo ritratto sulla cover, in una foto dai languidi profumi agresti). Un lembo di terra situato vicino Blair Atholl, nella Scozia centro-orientale, che ha dato i natali all’artista e le ha fatto maturare quella umbratile e misteriosa sensibilità. La “ricerca di Harperfield” è pertanto un modo di riallacciare i fili che hanno portato la Pollock ad essere l’ultima custode di quei luoghi, una sentita rievocazione di vicende ed esistenze fatta con canzoni dal solido impianto folkloristico, cariche di nostalgia e zuppe di rimpianti.
Il disco traccia una genealogia alla maniera di Carrie & Lowell, senza quell’aura di disastro umano ed emotivo che pervade il lavoro di Sufjan Stevens ma senza nemmeno suonare più sereno o “leggero“. Forse perché il folk, almeno nel modo in cui Emma lo intende, non è mai una cosa pacificata o superficiale. Semmai nasconde sempre anfratti minacciosi, violente epifanie interpretate con testi duri e forbiti come pagine di letteratura gotica. Accompagnata dal marito (ed ex Delgados) Paul Savage e da Malcolm Lindsay, la Pollock si allontana dall’indie rock per convergere verso sobrie partiture cameristiche (Alabaster), conturbanti architetture di pop barocco (Cannot Keep a Secret) e brani che fanno appello ad una vena teatrale fin qui inedita (Intermission). A soccombere, senza che in verità se ne senta troppo la mancanza, sono chitarre e percussioni, a cui spetta un ruolo se non marginale, per lo meno di “alleggerimento” nell’economia di un disco dal forte impatto emotivo.
Su tutto si erge statuario il carisma di Emma Pollock, che grazie ad un pugno di melodie dal complesso bouquet emozionale, può sfoggiare una voce tersa e autorevole, capace di dare asilo alle pieghe più controverse dell’animo umano.
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