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Pochi hanno capito l’anima dell’America contemporanea come Seth RogenEvan Goldberg. I due film da loro scritti e diretti finora (Facciamola finita e The Interview) sono commedie scorrette e molto amate, ma anche pellicole che giocano con il genere e che non hanno paura di esasperare il carattere politico, evocando i fantasmi che la nazione si sforza di tenere sotto al tappeto o riducendo in mille pezzi il mondo patinato dello show business. Rogen e Goldberg sono senza dubbio due autori, eppure l’opinione pubblica li etichetta ancora come due creativi borderline, specialisti nelle narrazioni superficiali, politicamente scorrette e scomode. Per questo motivo i fan erano galvanizzati quando la coppia aveva iniziato a lavorare all’adattamento televisivo di Preacher di Garth Ennis: la scrittura del fumettista, fluviale, eccessiva ed estrema sembrava sposarsi naturalmente con la visione dei registi/sceneggiatori, punk e iconoclasti; tuttavia qualcosa, nel 2016, andò storto e venne consegnato alla AMC una progetto a dir poco spiazzante, che non rifiutava l’approccio originale ma che preferì concentrarsi su elementi meno espliciti quali il discorso sul western o lo studio dell’ideologia estremista nell’America del profondo Sud.

Con The Boys però, la nuova serie curata dal duo con Eric Kripke per Amazon Prime Video, la sensazione di ripartire dalle fondamenta di Preacher è evidente. Tradurre sul piccolo schermo un racconto del genere equivale a maneggiare una bomba a mano, data la scrittura originale fin troppo caotica e stimolata dall’atteggiamento rabbioso e rancoroso di Ennis nei confronti del contesto che racconta; in ultimo, non è da sottovalutare l’ombra di Alan Moore che incombe sul progetto, fine narratore di quella crisi del supereroe che è uno dei temi fondanti dell’intrattenimento contemporaneo. Dunque il rischio di scadere nella banalità, di sprecare l’opportunità di dire qualcosa di nuovo sul genere cinecomic era molto alto, e c’era bisogno della chiave giusta per farlo, resettando alla base il meccanismo produttivo, rimescolando le regole del gioco.

In The Boys si compie allora un passo ulteriore nella terra di nessuno degli adattamenti: prendere il comando del materiale e rivederne gli obiettivi e le finalità essenziali. Lo spirito artistico di Ennis viene sublimato e lasciato aleggiare durante tutta la narrazione (e lo si nota nell’ottima alchimia del cast, nella regia sporca, nella colonna sonora anarchicamente punk che fa convivere Iggy Pop, Spice Girls, Chris Isaak e Anderson Paak), ma è chiaro che ci troviamo di fronte a un lavoro molto più vicino alle ricerche di Rogen e Goldberg che allo stile del fumettista irlandese. La serie si regge sul meccanismo del prestigiatore, dove inizialmente lo spettatore è costretto a guardare da una parte, verso il racconto che destruttura l’idea del supereroe, e solo dopo ci si rende conto che la vera magia sta avvenendo da un’altra parte e che lo spettacolo messo in scena è interessato a riflettere su qualcos’altro. A contatto con il mezzo televisivo il fumetto diventa quindi un affresco dell’American Way of Life contemporanea, dell’autodistruzione della nostra identità di consumatori e delle follie della cultura di massa; in questo modo The Boys appare come come uno spietato attacco al machismo populista di questi anni, atteggiamento che va di pari passo con una deriva specifica dell’intrattenimento, ovvero quella legata alla superficialità del cinema commerciale e, nello specifico, del cinecomic.

I due autori riescono letteralmente a squarciare il velo di Maya, raccontando le reazioni che un contesto socioculturale deviato suscita in individui all’apparenza straordinari e al contempo prendendo una forma d’intrattenimento, lasciando che il suo pubblico guardi il sistema dall’esterno, come in un diorama. E se davvero si parla di destrutturazione, The Boys fa a pezzi l’esperienza del cinecomic costruita dallo spettatore, con il racconto che pone continuamente in crisi un intero genere cinematografico, mostrandone i meccanismi produttivi o di marketing occulti, rendendo evidente la patina di superficialità che ne ammanta i prodotti, tirando in causa i consumatori acritici ed estremisti, addirittura usando e poi negandone i cliché. Per tutte le ragioni elencate sopra la serie è davvero l’ottimo punto di arrivo di una via poco battuta nell’adattamento, oltre che un prodotto coraggioso in grado di non perdere mai di vista la fonte, che dialoga alla perfezione con l’autorialità dei suoi curatori.

13 Agosto 2019
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