Recensioni

6.7

Ricordate il simpatico ragazzo dai capelli rossi e occhiali da nerd del duo norvegese Kings of Convenience? E soprattutto ricordate le trame acustiche che intrecciandosi alle voci del duo Øye e Glambæk sullo sbocciare dei 2000 aveva permesso a quest’ultimi di essere paragonati ai leggendari Simon and Garfunkel? Bene se la risposta è sì dimenticatevene per un attimo. Messi in standby i KOC e il progetto parallelo The Whitest Boy Alive l’occhialuto Erlend Øye, a inizio 2014, decide di mettersi in proprio, partire per l’Islanda (dopo che si era trasferito nella nostra penisola) e andare alla ricerca di una band reggae che lo supportasse nella lavorazione di un nuovo album solista.

Il risultato è questo Legao, album che si regge sull’equilibrio tra l’eleganza che ha contraddistinto sin qui le opere targate Kings of Convenience, l’eclettismo stilistico dei The Whitest Boy Alive e la nuova crescente curiosità verso suoni world. Ed è un equilibrio che si protrae per tutti i trentotto minuti: a partire dal reggae di Fence Me, in cui il tocco del gruppo islandese Hjalmar che ha ospitato il cantautore norvegese nei personali studi di Reykjavik si fa più tangibile, passando per la disco-soul anni Ottanta di Garota, la briosa Same Some Loving, la caraibica Whistler e intermezzi definibili “classici”, vedi Bad Guy Now (ballata in stile Crosby&Nash) e Who Do You Report To (minimale composizione piano-voce) fino a giungere a un hammond à la Whiter Shade of Pale che scivola in una melanconica Lies Become Part of Who You Are.

La tranquillità e la serenità che Øye riesce a emanare attraverso i dieci capitoli che compongono Legao rappresentano il vero valore aggiunto di questa seconda opera in proprio (la prima risale a circa undici anni fa, Unrest il titolo). Un album da ascoltare durante una di quelle malinconiche serate autunnali, con luce soffusa e in compagnia di un calice di vino rosso.

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