• Set
    07
    2018

Album

Thaurus, Universal

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Poco tempo fa sono stato ad una serata della Festa di Radio Onda d’Urto; sul palco prima Claver Gold, poi Ernia. Verso la fine del suo live Claver ha espresso un concetto a proposito del collega che l’avrebbe seguito, qualcosa del tipo che lui ed Ernia sono abbastanza lontani per stile, poetica, flow, resa musicale, eccetera, ma a scapito delle apparenze, sono tangenti sulla cosa più importante, ovvero tutto il resto. Claver (su queste pagine avevo scritto del suo Melograno) è uno dei massimi esponenti di una precisa fetta dell’hip hop italico: parlo di quel rap che ce l’ha fatta ma non vuole farcela, e tiene i piedi ancora belli saldi nel terreno dell’underground, dei centri sociali, della poe(ste)tica true e senza compromessi; Murubutu, Rancore, tutto il giro Glory Hole Records, eccetera. Un attestato di stima da parte di questa gente dato ad uno che, anagrafica alla mano, è un esponente della tanto sbandierata “nuova scuola” hip hop, significa molto. «La verità è che della trap io sono l’alternativa», certificava lo stesso Ernia. Il suo è un rap intelligente ma non erudito, personalissimo ma meno tranchant e radicale di quello di un Tedua (tra l’altro i due sono cresciuti insieme) nel giocare col flow, capace di calpestare con decisione gli avversari ma anche di farsi introspettivo e vestirsi di una sensibilità tagliente e penetrante. Resta con raffinato equilibrio in bilico tra la giusta fotta autoreferenziale – stiamo pur sempre parlando di hip hop – e un’intelligenza fondamentale perché non lasci esaurire i motivi di interesse nei numeri anche tecnicamente eccelsi sciorinati con la prima. Come Uccidere un Usignolo era il ghiotto antipasto a questo 68, il suo vero e proprio (e attesissimo) esordio.

Le promesse delle premesse sono felicemente mantenute. Conciso e sintetico (12 tracce per meno di 40 minuti) e articolato in una scaletta attentamente calibrata che alterna i pezzi più ignoranti e braggadocious (No Pussy, Bro, QQQ) affiancandoli a numeri più conscious (Tosse, Paranoia Mia, Sigarette), il disco scorre che è un piacere e lascia una piacevole sazietà nonostante la durata non prolissa. I testi si dividono tra retrospettive biografiche, le immancabili frecciate alla scena e ai «rapper subumani con il look da emo», i conti con un successo nemmeno troppo cercato («è arrivata la tribù e ho detto “io capo” e tutti “sì capo”, ecco bravo manco me l’aspettavo»), tecnicismi anche arditi (ad esempio la seconda strofa di QQQ). Il gusto per i ritornelli antemetici da pogo (No Pussy, Bro) e le punchline iconiche («guardo i colleghi con sdegno / sembra che c’abbiano il prof di sostegno») rendono poi qualsiasi pezzo un potenziale cavallo di battaglia da live. Anche produttivamente la carne al fuoco è tanta: un po’ di filologia ortodossa (King QT con omaggio a Kendrick Lamar) e una palette ampissima; ci sono funk solari (la title track), classici boom-bap (Simba), paranoie più haunted (No Pussy), l’intimismo pianistico di Tosse, l’elegante binomio di flauti e archi di QQQ, lo scarno riduzionismo chitarristico di Un Pazzo. I beat (firmati da Marz e Luke Giordano) riescono insomma a ben posizionarsi al crocevia tra attualità e rispettoso tradizionalismo proponendo ogni volta qualcosa di nuovo. Non ci si aspettava niente di meno, ma questo Ernia è proprio una bella conferma.

7 Settembre 2018
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