Recensioni

7.4

Tre anni fa Erri esordiva come alter-ego di Carlo Natoli, noto su queste pagine per aver portato avanti fruttuosamente i Gentless3, per aver fatto parte di Tellaro e Blessed Child Opera, nonché per avere lavorato ad album notevoli firmati Nazarin e Silent Carnival. Dentro la stessa tempesta era un bel disco che sembrava portare allo scoperto quel groviglio cantautorale in italiano che Natoli probabilmente covava da tempo sotto al magma e alle ceneri post-rock e slowcore. Tre anni più tardi, oggi, arriva il secondo lavoro, che rappresenta assieme un’evoluzione di quella calligrafia e un accartocciarsi in una dimensione espressiva meno solare, senz’altro più sofferta, intima ed evocativa.

Lo stesso Natoli definisce questo Non importa un “concept album”, non certo perché le canzoni siano elementi di una narrazione lineare ma evidentemente per come compongono una visione, frammentata ma lucida, sulla crisi – generale e individuale – dell’idea di noi stessi nel mondo, di noi tra gli affetti e le convenzioni in un tempo di convenzioni sempre più algoritmiche, schiaccianti. Registrato tra Ragusa e Londra (dove Natoli vive ormai da anni) coinvolgendo amici e colleghi quali i Silent Carnival, gli Od Fulmine, Defolk (aka Vincent Migliorisi), i Blindur e Bologna Violenta (al secolo Nicola Manzan), il disco mette in fila nove pezzi che sembrano essersi staccati ancora vivi dal suo autore e ricomposti grazie a intuizioni e intensità non precostituite.

Dalla opening Antoine D’Agata va in frantumi – ispirata al celebre fotografo francese – col suo lento sprofondare in trame brumose che di colpo s’inturgidiscono psych blues (citando a livello amniotico la beatlesiana I Want You) alla conclusiva I Tuoi Anni Migliori – dedicata a Carlo Giuliani e Luigi Tenco – che riarrangia (migliorandola notevolmente) un pezzo dell’album precedente per archi (di Manzan), elettronica e voce, passando per la contemplativa e neo-psichedelica Stagioni diverse, per il lento miraggio Scisma di Splendore eterno – ispirata a Eternal Sunshine Of A Spotless Mind («nello splendore che resta / scordarsi un’altra tempesta») – e per il commiato toccante (chitarra nuda, traccia vocale a un millimetro dal cuore) di Non importa, la calligrafia di Erri si dimostra irruenta e pensosa, enigmatica e viscerale, terrigna e delicata. Se scrivendo dei Gentless3 mi veniva da citare Red House Painters, Karate, Willard Grant Conspiracy, Black Heart Procession e via discorrendo, qui i riferimenti più immediati mi sembrano il Paolo Benvegnù solista (palpabile tra le ombre e i bagliori di Lessico familiare) e addirittura i Radiohead alle prese con l’implosione nello studio-cantina di In Rainbows, vedi in particolare il germogliare elettrico irrequieto da sussulti acustici à la Jigsaw Falling Into Place di Luce e Emma Goldman Ritorna al Mondo Nuovo.

È davvero notevole come le tessiture sonore sappiano definire dei veri e propri “scenari emotivi”, mimetici alla vicenda (alla sequenza di frammenti, di scorci, di filamenti) di volta in volta cantata, come avviene con particolare efficacia in Ignoto Spazio Profondo, dove il disequilibrio mentale diventa la chiave per decodificare stupori e scoperta, un senso che sappia andare oltre la formattazione del senso, restituendogli sostanza e valore. Si tratta di un aspetto che rende l’ascolto vibrante, vivo. Di più: questa versatilità, questa fragranza che sfida strutture e architetture, questo dominio dell’intuizione sulla pianificazione, questo suono che sembra non avere ancora smesso di muoversi verso la sua (chissà quale) destinazione, somiglia molto a quello di cui un disco oggi ha bisogno per non essere soltanto il titolo provvisorio di una playlist a perdere. 

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