Recensioni

7.1

Una volta, sotto un video di YouTube, lessi questo commento: «you know the world is collapsing, when punk is back». E visto che qualche mese fa Ezra Furman se ne è uscito con un comunicato sul nuovo disco che recitava «Desperate times make for desperate songs», viene da pensare che quell’anonimo utente ci avesse preso in pieno. Il sogno proibito di Furman altro non è che un disco punk, scritto nell’estate del 2018, un momento terribile se si pensa ai numerosi attentati terroristici che hanno tinto di sangue e rabbia mezzo mondo, alle sparatorie nei licei americani, passando per gli uragani, gli attacchi chimici in Siria, i faticosi accordi sulla Brexit, le elezioni USA di metà mandato e la rabbia dei gilet gialli in Francia.

Twelve Nudes è il suono di Furman che lotta per ammettere che non sta più bene con lo stato attuale della civiltà umana, in cui gli uomini cattivi ci schiacciano continuamente per sottometterci. Una volta ammesso quanto sia tremendo vivere in una società distrutta, si può davvero iniziare a resistere e a immaginarne una migliore. Prendere coscienza di tutti i mali del mondo, esorcizzarli con l’aiuto della musica, provare a vincerli. A un anno e mezzo dall’uscita del suo acclamato LP Transangelic Exodus, il cantautore americano torna con undici nuovi brani incendiari, arrabbiati e fortemente politici, spediti tiratissimi su ventisette minuti di ascolto continuato.

Spinto dal ritmo dei suoi testi maniacali e senza fiato, Twelve Nudes è l’espressione febbrile di dolore che mostra anche desiderio e speranza in un vero e proprio invito all’azione. È un album di protesta, viscerale e febbrile, un disco di cui avevamo bisogno e che si spera possa infettare il più alto numero di indifferenti. Oggi, il queer rocker di Chicago si è brillantemente arreso a un’esplosione urgente degna dei Cramps e della migliore melodia seventies: l’inizio affidato a Calm Down aka I Should Not Be Alone è puro punk, con un crepitio esplosivo di brillantezza e sensualità setacciata; un vero e proprio grido di angoscia che si fa reale e avvolge in due minuti aggressivi tumulti infuocati e gloriosamente disordinati. Un’inerzia dolorosa investe il pop mefitico e vagamente sixties di Transition from Nowhere to Nowhere, a metà tra John Waters e gli Strokes degli esordi. Se Trauma mette in mostra uno stoner fatto di scarabocchi melmosi, si cambia decisamente ritmo con il doo-wop romantico e distorto di I Wanna Be Your Girlfriend, qualcosa di speciale, un momento di riposo dopo la corsa selvaggia che ci ha fatto sbucciare le ginocchia. Il brano diventa il fulcro dell’album, c’è la notte, lo spirito di Lou Reed, il linguaggio scurrile, il passo vorticoso di chi cammina senza una meta e senza un perché. Anche se alla fine lo trova ed è lì che scattano i toni insurrezionalistici à la Black Flag di Rated R Crusaders, che analizza le conseguenze del conflitto israelo-palestinese sulle vittime sfollate. Dallo stridere fantasmogorico di Thermometer, con le sue percussioni surf-rock, con i suoi accordi sinceri, al pop-punk sfilacciato e ruvido di In America, due minuti di adorazione sfrontata e gloriosa per il sound dei Dinosaur Jr., e Furman regge il colpo con la disinvoltura pungente e schietta che da sempre lo contraddistingue.

Siamo di fronte al potere catartico di un canto marginale, anticonformista, dedicato a tutti gli esclusi d’America. Immediato e frastagliato, Twelve Nudes è l’album crudo e furioso che volontariamente cela il lato più morbido di Furman: la pietra grezza non viene levigata, la voce dell’artista di Chicago si lacera e lacera fino a scoppiare in un malconcio e affascinante ricordo. I ritmi trainanti e le chitarre ruvide danno vita a una disperazione vulnerabile e provocatoria, in cui la politica e la lotta di classe dominano con dolore il mondo che lo stesso Furman deve sopportare, restando sveglio la notte, fumando i suoi stessi polmoni prima di urlare al nuovo giorno che sorge. Che Furman, nel proprio mondo, fosse sempre stato un punk non è certo una novità: tutti i suoi lavori, tutte le band di supporto che lo hanno accompagnato dal 2006, in termini di suono e atteggiamento, guardavano al punk. Ma niente come Twelve Nudes brilla di quel sudore metropolitano e stanco che ci riveste mentre siamo intenti a fare la rivoluzione. Il poeta dell’Illinois, con perle e rossetto, smuove gli animi e lo fa con un’attenzione particolare per i perdenti, gli stranieri, i sopravvissuti. I senza: senza politica, senza genere, senza fede, senza libertà.

Con il suo Twelve Nudes, Furman ha ricercato il potere benefico di una risata dolceamara in un momento storico in cui gli eventi del mondo, invece, ci fanno venir voglia di piangere.

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