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Tre ore per ripercorrere quarant’anni di vita e un Luca Marinelli assolutamente all’altezza, ma soprattutto fuori dal ruolo. Come si interpreta un mostro sacro della canzone italiana? Perché il compito si fa pesante quando l’argomento è serio, e in Italia De André è argomento serissimo, a tratti quasi stantio. Con un tabù sullo sfondo – dire apertamente che le canzoni di De André ti fanno schifo è come ammettere di guardare Sanremo in televisione. Ovvero, un problema. Quell’opera granitica del Faber, che diventa imprescindibile, un po’ come il Capitale di Marx, non fosse altro che per sentito dire. Anche se non sei un fan ne hai comunque una vaga nozione, qualunque età tu abbia. Se sei un detrattore, hai quasi sicuramente masticato alcuni dei suoi dischi fino allo sfinimento; se sei un indifferente, almeno 5 canzoni le conosci, un po’ costretto dalle circostanze: che sia Il pescatore suonata al campo scuola, quando neanche sapevi chi fosse De André, oppure la cover di Morgan, quando eri un fan di Morgan. Dalla parte opposta ci sono gli amanti ciechi, gli specialisti della vita e dell’opera e le cover band.

Principe libero è un film su De André che ha tanti punti a suo favore, perché chi ci ha lavorato è stato bravo a evitare tutti gli ostacoli alla resa cinematografica e televisiva di un Faber che è ancora vivo nella memoria di chi lo custodisce e di chi se ne vorrebbe sbarazzare. Anche nella sua cerchia più ristretta, e mi vengono in mente Dori Ghezzi da una parte e il figlio Cristiano dall’altra, che hanno avuto reazioni diametralmente opposte al progetto del film. I pericoli c’erano: da una parte il rischio di fare un pastiche in stile commemorazione, dovuta e portata all’estremo perché «come lui non ne abbiamo più avuti»; dall’altra quello di fare un film superficiale, approssimativo e piacione, che avrebbe scontentato tutti e per motivi diversissimi. Per niente facile. Bravi gli sceneggiatori che, pensando prima di tutto al format televisivo in due parti, hanno dato un taglio simile a quello che avevano creato per La meglio gioventù, ovvero il taglio da bel prodotto, curato nei dettagli e per un pubblico medio. Scrittura cristallina, vivace: ironia onnipresente, la vena romanzata nella rilettura dei fatti principali della vita del cantautore è una mossa per creare empatia anche nel pubblico più disinformato. Buoni ritmi, ogni personaggio di contorno balla la sua danza con il Principe: il padre, Paolo Villaggio, le due donne più importanti della sua vita, Luigi Tenco. E poi c’è Luca Marinelli. La sua fortuna è di essere nato nel 1984. Abbastanza giovane da non porsi il problema di un compito vecchio: la fedeltà a tutti i costi a chissà quale De André – l’uomo, il musicista, il poeta, l’anarchico? Eccetera, eccetera. Nessuna opera di riesumazione, alla ricerca della vera immagine. Semplicemente non si è posto il problema di restituirci qualcosa di cui in fondo non abbiamo bisogno.

Per fortuna, questo non è un film sulle canzoni di De André – quasi tutte cantate dignitosamente dallo stesso Marinelli e spesso accennate solo per metà. L’obiettivo non è il monumento al valore poetico: sarebbe stata una scelta banale e il film sarebbe diventato un noiosissimo documentario/musical. L’unica canzone che si sente per intero è La canzone di Marinella: Mina in televisione che canta e lo spartiacque della vita di De André, che da impiegato si trasforma in un istante in un cantautore famoso. Marinelli fa se stesso che fa De André, si sbarazza di un’icona e vince. Commuove, prima che nei panni del Faber, nei panni di un attore che sta facendo meglio che può una parte delicata. Nessun omaggio al mito, nessuna dissacrazione. Quindi cosa resta? La camminata, il modo di fumare, il fatto di fumare sempre, le sigarette, la penna, gli occhiali da sole, i maglioncini, i jeans, trovare la postura giusta delle spalle, come tenere la chitarra, come piegare le gambe. Guardare Luca Marinelli e avere l’impressione di vedere una delle tante foto famose di De André. Uscire contenti dal cinema, con la sensazione di aver sfogliato un album di ricordi ed essersi ricordati che c’è almeno una canzone del Faber che ci fa piangere sempre.

24 Gennaio 2018
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