• Ott
    03
    2014

Album

Woodworm

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Reduci da un’incredibile sfilza di successi, i Fast Animals And Slow Kids da Perugia si sono imposti su larga scala attraverso sentieri piuttosto tipici a queste latitudini. Se possiamo catalogare il loro genere nelle infinite declinazioni del (l’emo) core, possiamo anche facilmente immaginare come, con l’indole incendiaria, i riff massicci e le gole spezzate, i quattro della band umbra facciano facile presa sui loro coetanei (venticinquenni?). Malgrado le premesse possano far pensare al profilo di una band estremamente generazionale, grazie anche all’impatto dei moltissimi concerti per i palchi di tutta Italia, Hybris, il secondo album, aveva mostrato di che stoffa i FASK fossero fatti. Non solo disordine e voglia di asserragliare tutto, ma anche un affiatamento reale verso le modalità tipiche dell’hardcore, edulcorate da un gusto autentico nei confronti del cantautorato ruggente.

L’attesa per Alaska, dunque, è cresciuta in maniera esponenziale e, date le premesse, l’album avrebbe potuto seguire due direzioni. Considerato il debito evidente della band nei confronti di Raein, La Quiete e, soprattutto Fine Before You Came, si poteva pensare di accentuare le caratteristiche incendiarie del sound e spingere il cantato al di sotto dei muri chitarristici e percussivi. D’altra parte, sarebbe stato comunque sensato riportare alla luce le suggestioni punk-rock “con chitarra acustica” già sdoganate, ad esempio, dagli Zen Circus: la voce che evoca disagi più o meno sociali o, in questo caso, adolescenziali, che diventa il vero fulcro dei brani. Complice anche la personalità straripante di Aimone Romizi, alla fine Alaska, pur tenendo ben alto il muro del suono (e, anzi, trasfigurando gli arrangiamenti di archi o fiati, ben innestati in Hybris), segue purtroppo la seconda strada, quella del chitarrismo rampante, del cantautorato travestito da bestemmia.

Si vuole dire che dietro una copertura (a dire il vero ben riuscita) di brani prepotenti, schizzati e irrefrenabili, si cela una forma-canzone che si appoggia su stilemi già noti, ovvero quelli del “fancazzismo” de Lo Stato sociale, della sempiterna adolescenza dei Ministri, dell’urlo fine a se stesso de Il Pan del diavolo. C’è tanto, forse troppo patetismo nelle corde vocali spezzate di Romizi, che rischia di scivolare nel nichilismo autoreferenziale o, semmai, nell’esperienza fine a se stessa che dura solo nell’ambito delimitato (da chi effettivamente paga il biglietto) dallo spazio-catarsi-concerto.

L’Ouverture, dunque, con un condito arrangiamento di archi e melodie malinconiche che quasi richiamano alla memoria To Wish Impossible Things dei Cure, crea lo spaesamento essenziale per il prosieguo ruggente del disco e ne rappresenta, a tutti gli effetti, l’episodio più interessante. Con Il Mare davanti è già strapotere del testo che, se regge nelle descrizioni iniziali, si perde nel finale con «A me che sono un represso» e «Non c’è più speranza» gridato a tutta gola, sotto un tappeto orchestrale. E torna ancora la riflessione sociale nel singolo Come reagire al presente, vero esempio di brano emopop di massima orecchiabilità, che non sfigurerebbe nei migliori talent show. E ancora: le suggestioni chitarristiche alla Federico Poggipollini di Te lo prometto, i siparietti di calma, in cui emerge un Brunori in nuce, un Dente mancato, un Dimartino incazzato, le filastrocche armoniche e al solito costruite a climax di Odio Suonare, lo squilibrio e l’asimmetria della tranquilla Il vincente.

Al di là delle caratteristiche vocali del leader, che possono essere apprezzate o indigeste nel loro essere così teatrali, sempre in bilico fra ubriachezza, stonatura e instabilità, l’impatto globale di Alaska non è dei più positivi, perché nell’orchestrazione dei brani troppo spesso si finisce col risultare monotoni e ripetitivi: le geometrie, infatti, sono quasi sempre fondate su un sali-scendi-sali che, se funziona in episodi come Gran Final, è quasi sempre troppo scontato per essere apprezzato in pieno.

Con i FASK non siamo davanti a un fuoco fatuo, ma ad un fenomeno della musica di casa nostra che, ancora una volta, merita lo spazio per potersi esprimere pur rischiando spesso di trovarsi fuori posto.

3 Ottobre 2014
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