Recensioni

«Salve a tutti, noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia» è il refrain che si sente a ogni inizio di concerto (e non solo) della band capitanata da Aimone Romizi. Così come il consueto impasto a base di rock diretto, potente e senza fronzoli è il refrain che ricorre anche questa volta nel disco della formazione umbra. Attenzione però: tutto è rimasto uguale, ma moltissimo è cambiato (per dirla gattopardianamente) in casa FASK.
Con questo nuovo Animali Notturni, il quartetto ha infatti esordito per una major, Warner, e la cosa rappresenta un fatto non da poco per chi era stato fino a oggi uno dei nomi più rappresentativi dell’indie-rock nostrano più recente. Anche se poi la firma del contratto con la label che ha in roster nomi lontanissimi – artisticamente, esteticamente, dialetticamente – da Romizi e soci (Annalisa, Benji e Fede, Nek e Laura Pausini, solo per citarne alcuni) è arrivata solo a lavoro finito, pertanto in tempi non sospetti, e ciò dovrebbe rappresentare una garanzia in fatto di mantenimento della schiena dritta, almeno per adesso. Tuttavia, il cambio di paradigma dei FASK non è principalmente una questione commerciale/contrattuale, quanto di contenuti, una svolta artistica un tantino più cantautorale, se vogliamo, per la quale si può dire che probabilmente siamo alla prima pagina di un nuovo capitolo della carriera di una delle formazioni italiane che più ostinatamente stanno provando a tenere alta la bandiera di un certo rock alle nostre latitudini.
C’è qualcosa di selvaggio, ancestrale e animalesco nella musica dei FASK, e che volete farci, a noi continua a piacere. Non saranno forse i testi il loro punto di forza, anche se c’è un che di maggiormente confidenziale nei toni assunti, ma non è scritto da nessuna parte che una punk band debba ambire al Nobel per la letteratura, anzi l’immediatezza di certi concetti (il «Metti questa in radio se hai il coraggio / Se hai un cuore, passa questa canzone» del singolo Radio Radio, presentato al recente concertone del Primo Maggio insieme al brano di lancio Non Potrei Mai, farebbe arrossire per la sua elementarità se lo si decontestualizzasse dalla furia caparbia e ai limiti della testardaggine che lo sottende) a tratti è funzionale a focalizzare l’attenzione su tutto il resto. E il resto è tanta roba, come dimostrano queste nuove undici tracce in cui la band riprende, aggiornandolo, il discorso interrotto due anni fa con il riuscitissimo Forse Non è la Felicità. Il tutto, alla luce dei trent’anni – e quindi di una raggiunta maturità stilistica – ormai compiuti dai componenti dell’ensemble.
Ensemble il cui consueto piglio ruvido e spigoloso risulta adesso un tantino smussato a beneficio di un songwriting più definito. Esempi ne sono brani quali Canzoni Tristi, dalle pieghe morbide specie nell’arpeggio di chitarra che sottende la strofa, e Demoni, la cui linea del cantato rivela una sensibilità melodica molto più spiccata che in passato. Ma un po’ ovunque si ravvisa una maggiore tenuta delle canzoni dal punto di vista della composizione. Merito, forse, anche del cambio in cabina di regia che ha esaltato certe doti. Dopo un estenuante “casting” che ha portato a scartare altri cinque nomi, stavolta dietro la console siede Matteo Cantaluppi, già al lavoro con i Thegiornalisti. Tranquilli però, non siamo di fronte a una svolta itpop di Romizi e soci, anche perchè certi “animali” restano sempre difficili da ammansire. Tutt’al più li si può cavalcare.
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