• giu
    01
    2018

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Sub Pop, Bella Union

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Chi vola troppo vicino al sole, rischia di bruciarsi, ci dice la mitologia greca. Josh Tillman, in una carriera fatta di quattro album ed esperienze come batterista dei Fleet Foxes, ha indossato tante, forse troppe, maschere. Quella più famosa è il crooner, sempre ubriaco, narcisista e cinico Father John Misty che prova a parlare di emozioni semplici in I Love You, Honeybear, ma finisce col regalare uno spaccato da Divina Commedia nell’opera più ambiziosa e chiacchierata del 2017, Pure Comedy. La sensazione è che, in questo passaggio, Tillman abbia perso coscienza dell’ego scarno e nudo, quello che meglio forse si adatta al songwriting di tradizione americana che lo ha fatto appassionare alla musica; il cantautore di base a LA si era vestito con i costumi del censore e del giudice morale di un mondo che, a partire dalla sua amata America dell’era Trump, stava bruciando.

Contemporaneamente, però, la parte più genuina di Tillman lentamente scompariva e, come ci fa sapere lui stesso in una recente intervista, la sua vita stava saltando in aria, tanto da dover spendere alcuni mesi in una camera d’albergo. Icaro ha volato troppo vicino al sole ed è dovuto tornare a terra per recuperare uno scintillio di pace nella professione del cantautore. È così che nasce God’s Favorite Customer, il quarto lavoro di Tillman a nome Father John Misty: una copertina che è già intento programmatico: il primo piano crucciato di un Tillman che è tornato nudo a firmare i suoi brani in prima persona. D’altronde non ci si poteva aspettare altro. Non si torna indietro dalle profondità ciniche e pessimistiche toccate in Pure Comedy e la sola risposta è forse concepire un I Love You, Honeybear più veritiero ancora, scritto di getto in sei settimane, in una camera d’albergo, e dal minutaggio che non sfiora neanche la metà di quello di Pure Comedy. Josh Tillman non è più il superuomo nietzschiano di alcuni precedenti lavori, è tangibile, mortale, tanto da concepire un album il cui dolore non è quello da sbeffeggiare macabramente, concependo invettive nei confronti di Dio, ma è un dolore di una persona vera di fronte al suo microfono.

In aggiunta, God’s Favorite Customer ha senso solo se inserito in questo particolare momento della vita/discografia di Father John Misty. È infatti un album che suona ancora più significativo (si legga anche definitivo o conclusivo) proprio perché situato all’epitome di una carriera fatta di fascinose maschere e prese per i fondelli. Intendiamoci, non che il Nostro non intendesse le sue parole quando suggeriva a Dio di «Try something less ambicious next time you get bored» (When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay For), ma non si può non notare la distanza da alcuni versi di questo album, come per esempio nella trilogia di love songs dedicate alla moglie Emma (Just Dumb Enough To Try, Please Don’t Die e The Songwriter). Just Dumb Enough To Try, ad esempio, è una classic love ballad al piano che riecheggia spunti di Elton John o Paul McCartney, e che presenta vette di ottimismo nel poter «get out with my skin and start my life again», dal sentimento di torpore a quello di rinascita. Please Don’t Die, invece, suona più simile agli episodi di Pure Comedy, con voce falsettata fra John Grant e Broadway e l’invito rivolto un po’ a se stesso, un po’ al proprio partner, di non lasciarsi andare. The Songwriter, infine, è forse il momento più sincero dell’intera discografia di Tillman: un pianoforte con accordi melanconici parla direttamente all’amata su come la loro vita sentimentale sia, in fondo, intimamente connessa con quella professionale. Inutile mentire: gossip a parte, sembra proprio che la causa di questa spudorata onestà lirica sia la possibilità o il dubbio di un tradimento da parte di Emma Tillman nei confronti del Nostro.

Ma il tono dell’album, malgrado la narrativa estremamente onesta rimanga costante, prende anche direzioni più luminose, almeno dal punto di vista musicale. Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All replica la retorica romantica filtrando riferimenti ai Beatles e Beach Boys e si domanda intimamente: «Does everybody has to be the greatest story ever told?»; il primo singolo Mr. Tillman, dal titolo rivelatore, sembra un’interessante combustione di Magical Mystery Tour e di un brano degli Eels, con una retorica di realtà vs. finzione (il protagoista, come il vero Tillman, è in un albergo in preda a disperazione e allucinazioni) che sembra proprio il carattere vincente di tutto il disco; Date Night, infine, suona come un brano dei Velvet Underground rivisitato in chiave Brit Pop, con fuzz guitars e accordi ossessivi di piano.

In definitiva, God’s Favorite Customer è l’album che Father John Misty doveva produrre alla luce delle sofisticate (ma anche pretenziose) derive che il cammino intrapreso con Pure Comedy poteva imboccare. Un ritorno a un sound più minimale, in pieno stile cantautorale e, soprattutto, uno stile narrativo più asciutto e genuino sembrano bilanciare i risultati della carriera di Mr. Tillman. Detto questo, paradossalmente l’album soffre proprio della mancaza di quella vena comica che, infondo, è cifra stilistica del cantautore americano. Siamo convinti che, malgrado l’indubbia bontà di questo God’s Favorite Customer, sarebbe potuto esistere un veicolo di mediazione fra il cinismo e l’ironia dei lavori precedenti e l’urgenza spoglia di questo lavoro.

31 maggio 2018
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