Recensioni

Due anni fa, quando lo incontrammo in occasione del suo bellissimo show al Covo Club di Bologna, Josh Tillman, da poco diventato Father John Misty, raccontò a SA i dettagli della sua trasformazione da ex Fleet Foxes a cantante solista. Fear Fun era uscito già da qualche mese, ma soltanto in pochi, oltre agli adepti della band di provenienza, si erano accorti dell’immenso potenziale dell’ex drummer, fino a quel momento relegato al ruolo di gregario all’interno di un gruppo dal talento ineguagliabile. Non molti, sembrava, avrebbero scommesso a quell’altezza che il Nostro sarebbe stato in grado di andare oltre il successo dei Fleet Foxes; tuttavia, il concerto a cui assistemmo quella sera ci dimostrò l’esatto contrario. Alta qualità delle canzoni e della performance, una voce di grande effetto, carisma, fascino e capacità di intrattenimento: un artista al pieno della forma, perfettamente padrone del palco e della musica, insomma una personalità esplosiva lontanissima dai dischi acustici registrati come J. Tillman. Sono passati due anni, dicevamo, e se Fear Fun era transitato nelle opinioni di pubblico e riviste di settore un po’ in sordina, non si può dire lo stesso di I Love You, Honeybear, secondo album a firma Father John Misty, in grado di generare, grazie anche all’eccezionale esibizione al Letterman dello scorso novembre, grandi attese ed aspettative.
I Love You, Honeybear, infatti, è un album bellissimo, che rappresenta per Tillman non tanto un salto di qualità, bensì di credibilità, quella che forse gli era mancata al momento del debutto. Una decisa virata che passa dal folk-blues acido ed elettrificato del lavoro precedente a brani marcatamente pop-soul e rock, a testimoniare un cambiamento in continuo divenire, mimetico e poliforme come l’artista stesso. È infatti innegabile come questa trasformazione abbia investito non solo musica e canzoni, ma un intero immaginario di riferimento, quello gelido e appalachiano dei Fleet Foxes, dove erano la sensibilità acustica e melodica a marcare un territorio musicale fatto di pace, grazia e soffusa nostalgia, lo stesso che anche Tillman aveva provato a maneggiare nei suoi sette album solisti.
Un immaginario che è emigrato dai freddi confini del nord-ovest americano per arrivare a conquistare la vecchia Hollywood, con tutto quel che ne consegue: è per questi motivi che, forse, Josh Tilman appare oggi molto diverso dall’artista che ci saremmo potuti aspettare qualche anno fa, e I Love You, Honeybear ne è la perfetta testimonianza. Già dalla title track, un’intensa e sferzante canzone d’amore lontana da ogni romanticismo sui generis (Mascara, blood, ash, and cum/ On the Rorschach sheets where we make love), vediamo come il concept dell’album sia incentrato su una nuova figura di musicista, distante da ogni stereotipo e caratterizzata da una pungente ironia: ironia che troviamo in gran parte dei pezzi, che si tratti del crooning navigato di Chateau Lobby #4 (in C for Two Virgins) – un racconto del primo incontro con la moglie Emma (figura centrale del disco) – o del pop fifties à la Frankie Valli – ma riconvertito all’oggi – di The Night Josh Tillman Came To Our Apt, altro riuscito esempio di come il Nostro abbia decisamente tagliato con il passato. Lo testimonia anche l’esperimento elettronico di True Affection, traccia che mette in risalto la grande capacità del musicista nel saper padroneggiare schemi e stili apparentemente distanti da lui. Il resto dell’album prosegue su territori soul e gospel – l’intro solenne di When You’re Smiling and Astride Me, il gran finale solo piano e voce di I Went To The Store One Day -, ma anche folk e acustici, con Nothing Good Ever Happens At The Goddamn Thirsty Crow e Holy Shit (forse i due pezzi più vicini a Fear Fun), e psych rock, ad esempio in The Ideal Husband.
Una menzione speciale va alla “sarcastic ballad” Bored In The U.S.A., pezzo che, da solo, vale l’ascolto del disco: in un profondo crescendo di pianoforte, Father John Misty tratteggia il cinico ritratto di un privilegiato ragazzo bianco cresciuto all’ombra del sogno americano, con la voce suadente a contrapporsi al vuoto spietato di una società concentrata sulle sue ossessioni – dal culto della forma fisica alle sette religiose, dai mutui subprime ad un sistema politico fallimentare: “Save me, White Jesus, / They gave me a useless education / A subprime loan, Craftsman home / Keep my prescriptions filled / Now I can’t get off, but I can kind of deal / Oh, with being Bored in the USA”. Un inno/invocazione che evidenzia un enorme talento compositivo, così come la volontà di non essere solo musicista e cantautore, ma anche sapiente intrattenitore.
Chi ha amato i Fleet Foxes sentirà una punta di amarezza a fine ascolto, un po’ per l’assenza prolungata della band dalle scene, un po’ anche perché tutti ci ricordiamo la presenza di Tillman all’interno della formazione. Tuttavia, lungi dal considerare la nuova carriera di quest’ultimo come una mera sostituzione di Robin Pecknold, viene anche da dire che due grandissime personalità come queste forse non potessero convivere nello stesso gruppo. Ed è un bene, perché sentiremo parlare di Josh Tillman/Father John Misty per molto tempo ancora. I Love You, Honeybear è infatti lo splendido manifesto di un artista largamente consapevole dei suoi mezzi, ormai slegato da qualsiasi continuità con le esperienze passate, ma anzi proiettato in un futuro che lo vede, già adesso, tra i più influenti della sua generazione.
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