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7.1

Una carriera già intensa e non priva di soddisfazioni, quella dei Fear Of Men, nata dal fortunato incontro tra Jessica Weiss e l’attuale chitarrista Daniel Falvey all’interno di un percorso accademico che è stato – ed è tuttora – la linfa di tutto ciò che ruota attorno all’universo del gruppo, partendo dal nome – ispirato dai diari di Anaïs Nin e dall’interesse verso i disturbi d’ansia – e finendo tra le righe di testi impregnati di riferimenti filosofici e di risvolti vicini alla psicoanalisi. In un’epoca in cui l’interesse mediatico e il livello di esposizione sulle webzine maggiormente sul pezzo tendono a scemare addirittura prima dell’album di debutto, i Fear Of Men si trovano nonostante tutto nella non facile situazione di doversi fare largo tra la moltitudine di (importanti) uscite discografiche primaverili con quello che è a tutti gli effetti l’atteso esordio lungo della formazione di Brighton: Loom.

Dopo aver suscitato (giustamente) clamore tra gli addetti ai lavori con singole tracce in formato 7″ aggregate poi nell’album-compilation Early Fragments pubblicato lo scorso anno, Jessica Weiss e compagni fanno nuovamente centro con un disco a cui non manca quasi nulla, se non il (non poi obbligato) colpo ad effetto in grado di traghettare il progetto dalla zona culto – nella quale potrebbero sguazzare tranquillamente per anni senza mai stancare – alla zona stardom. Chiaramente,  in un utopistico mondo discografico in cui fosse realmente valorizzato il merito, un brano – splendido – come Waterfall verrebbe trasmesso in radio in high rotation, magari proprio al posto del piattume proposto un paio di anni fa da quei Cranberries che è facile ritrovare in una versione più candida tra i solchi del Fear Of Men-sound, specialmente nei sali-scendi vocali della Weiss.

Quello contenuto in Loom è cristallino indie-pop che affonda in modo maturo e consapevole le proprie radici – in modo analogo a molti colleghi contemporanei – nelle coordinate scalfite nella seconda metà degli anni ’80 andando a plasmare ed accarezzare superfici composte dalla maestosità dream di scuola 4AD, dal revivalismo jangle – specialmente la sua versione neozelandese, Dunedin Sound – e dallo shoegaze meno rumorista e meno inflazionato tra gli epigoni (Lush ad esempio).

Il fatto che i due brani ereditati – in versione meno lo-fi – da Early Fragments (Green Sea e Seer) siano solamente due gocce all’interno di un mare di poesia melodica è un segnale chiaro: la vena compositiva del gruppo è ancora ben solida e lo dimostra ampiamente l’equilibrio tra armonie delicate – al limite del celestiale – e una certa palpabile tensione di fondo (Tephra) o, meglio, il saper far passare per solare quello che solare non è (Luna). Poi ci sono i  classici highlight che catturano ascolto dopo ascolto grazie ai piccoli dettagli: il moto ondoso di America, il drumming nervoso a spezzare l’arpeggio jangly in Descent, gli intarsi acustici in reverse di Vitrine e la natura sbilenca di Inside.

Questo basta – e avanza – a Loom per andare oltre al semplice concetto di “conferma”, mutandolo in un più consono “manifesto” del grande potenziale artistico dei Fear Of Men.

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