Recensioni

Un sapore meravigliosamente metallico sulle labbra al risveglio, come essere dentro un fumetto di Andrea Pazienza ma catapultati mezzo secolo avanti; i resti dei baccanali di ieri, di quando eravamo giovani ed immortali, coriandoli di utopia, sogni di anarchia, prospettive, distopia. Confuse nelle nebbie mitologiche del passato riemergono memorie di un live al Livello 57 , il centro sociale di Bologna a quell’epoca sotto il ponte di via Stalingrado, forse erano i Front 242, dal Belgio, forse qualche altro eroico manipolo di samurai di cui non sono riuscito a trattenere il nome e che sfugge ai tentacoli della rete. Del resto eravamo nel 1998, una vita fa. Oppure il live al vecchio Link in via Fioravanti, io ed Enrico (non ancora Offlaga se la memoria mi assiste), di Autechre, iniziato come sempre ad orari allucinanti.
Tutto questo per dire che proprio ad una stagione di scoperta, di avvicinamento a suoni che i tuoi occhi possano seguire (come dal magnifico disco dei Moonshake, The Sounds your eyes can follow, su Too Pure, 1994), di stupore, di acido senza effetti collaterali rimanda questo ottimo lavoro di Fera, ovvero Andrea de Franco, che in undici tracce dimostra inventiva, personalità, e soprattutto, ed è questa la cosa che ci interessa e ci colpisce di più, febbre. Tutte le undici tracce suonano infatti animate da una urgenza vibrante e selvatica, che non può restare custodita nel silenzio ma deve erompere dalle casse, dalle cuffie, dall’impianto nei sotterranei di un club o di uno scalcinato centro sociale. Mi piace immaginare un concerto di presentazione di questo Stupidamutaforma al favoloso piano interrato dell’Xm 24, dove tanti suoni hanno avvampato le pareti e le scatole craniche ma adesso, grazie alla lungimiranza dell’amministrazione locale, ora al posto di quel laboratorio permanente, sorgerà un ostello fighetto. Quando si dice avere una visione.
Fera invece la visione ce l’ha, ed è nitida e selvatica, lirica e feroce, senza compromessi. Un vero e proprio viaggio intergalattico ed intimo tra pulsazioni libere, eruzioni, lande desolate, paesaggi artici, aurore doppiamente boreali, brume cosmiche e psicologiche. Satori, rumori, furore, estasi, rivelazione. Chiudete gli occhi, alzate al massimo il volume, questa musica saprà farvi vedere forme che non sapevate, creature che non pensavate. Una grande capacità narrativa ed un ottimo uso della palette timbrica, bave di lumache giganti elettroniche (del resto gli androidi sognano di pecore elettriche, vi ricordate?), dinamiche calibrate con un misurino testato nei laboratori della Sandoz da mister Albert Hofmann in persona (il fatto che sia morto è solo un dettaglio, il tempo con un disco del genere è assolutamente relativo), un vaso di Pandora scoperchiando il quale verrete travolti da una tempesta di sensazioni e dai vostri demoni più belli.
Non serve citare una traccia piuttosto che un’altra, perché tutte sono scrigni dove si nasconde un abisso pronto a fare tempesta nel vostro cervello. Ad imporvi una strana, futuribile, sciamanica, Cura (così si intitola la traccia che allaga la stanza mentre chiudo questo articolo). Da qualche parte tra Omit, la bibbia di Satana sonorizzata da Richard David James, gli stupori dei Boards of Canada e le estati infinite di certi corrieri cosmici, Fera racconta i suoi mondi sintetici e profondi, prismatici e cangianti, ammaliando come può farlo un film di fantascienza dell’Europa dell’Est proveniente dall’epoca della guerra fredda (provate il cofanetto dvd Stelle Rosse – La fantascienza della Germania Est, e vedrete).
Stupidamutaforma esce in cassetta ed in digitale per Maple Death Records, non fatevelo scappare.
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