Recensioni

Viaggiare attraverso il Delta del Missisipi utilizzando come attrezzatura solo un microfono ed un vecchio amplificatore sembrerebbe un’impresa ardua anche per il noto alpinista nordirlandese Bear Grylls. Il camaleontico producer britannico, negli ultimi anni esploratore di rive squisitamente folk, si lancia invece anima e corpo in questa nuova sfida accettando di misurarsi con l’essenza più black del proprio animo. In sella all’ormai insostituibile Ninja Tune, Sunday Night Blues Club si pone come anello di congiunzione tra sanguigna tradizione blues e lisergica formula elettronica.
Il dato interessante riguarda il periodo di gestazione dell’album, maturato in due anni di ascolti immersivi in quell’universo di eccessi e solitudini assortite recanti i volti di mostri sacri quali John Lee Hooker, T-Bone Walker e Chuck Berry, “muse” ispiratrici poste a guida dell’opera. Chiariamo subito, non si tratta della sterile formula del tributo trito e ritrito da compilation di quart’ordine, quanto di un volersi confrontare con il mito guardandolo dritto negli occhi. Un viaggio per cuori solitari, ma qui arricchito dalla presenza di due ospiti d’eccezione: David Shirley (alla batteria) e l’imprescindibile Colin Stetson, vogatori instancabili ed abili nel districarsi tra le rapide sonore del disco scisse tra il messianico ed il demoniaco, calibrate su ritmi circolari (Cold Feet) e scudisciate ad alta frequenza (Keep Myself Alone Now), ma che trovano fughe prospettiche ideali proprio lì dove la luce s’adombra, lasciando maggior raggio d’azione alle tenebre.
Nel suo continuo svelarsi, Sunday Night Blues Club si conferma terreno fertile per fiori cupissimi: le derive gospel-soul di She Was Right e Little Bump ricordano l’emotività ostinata e contraria degli Algiers, mentre ovunque resiste quell’animosità da songwriter nudo e crudo in grado di andare a segno con brevi stralci di versi e note ben assestate. Le appena otto tracce messe in fila dal musicista inglese suggellano un patto non scritto con la magia del blues: Fink riesce a reinventarsi in una veste talmente essenziale da privare l’ascoltatore di punti di riferimento. Si tratta di partecipare alla scoperta di un nuovo suono, viscerale ma anche incredibilmente futurista. Una buona prova che siamo sicuri avrà ripercussioni anche sulle produzioni future dell’artista.
Amazon
