• Gen
    19
    2018

Album

Columbia Records

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Se non fosse ancora chiaro, basterebbero la copertina in bianco e nero e le foto promozionali a dare le coordinate: Americana dal forte sapore Seventies all’incrocio tra Karen Dalton e, soprattutto, Emmylou Harris. Al quarto disco, il secondo per una major, le sorelle Johanna e Klara Söderberg tornano a scavare ancora una volta nella stessa miniera musicale, spostando di punto o niente le coordinate: folk, country, un rock che le potrebbe portare dalle parti di Ryan Adams, e intrecci vocali che ai più giovani ricorderanno i Fleet Foxes (anche per un certo video che le ha fatte conoscere via YouTube) e ai più esperti invece faranno tornare alla memoria Simon & Garfunkel e gli Everly Brothers, stessa band idolatrata anche da Will Oldham.

Con It’s A Shame provano a scrivere al loro Mrs. Robinson con l’aggiunta di un po’ di elettricità, Postcard è il perfetto calco country/folk che le due sorelle possono continuare a produrre praticamente all’infinito senza sforzo apparente. Lo stesso si può dire di Hem of Her Dress, che sa di quella balera dove il Neil Young di Harvest Moon vede la sua compagna di danze, mentre To Live a Life è una di quelle ballad dalla narrativa straziata da una steel guitar che ricordano le strade senza ritorno che alcuni musicisti fragili hanno intrapreso negli anni Settanta. Qua e là emergono alcune novità minori: l’approccio decisamente rock dell’iniziale Rebel Heart, l’elettronica discretissima di My Wild Sweet Love che ricorda da vicino l’approccio quasi muscolare a una materia musicale molto simile che hanno elaborato i Florence & The Machine di Ceremonials.

Le cose si fanno però davvero interessanti in due brani: il primo è la title track, dalla scrittura nettamente più matura, solida, anche più coraggiosa, nel lavorare su una stratificazione sonora e vocale, con l’accompagnamento che prende contemporaneamente almeno un paio di strade diverse ma rimane inaspettatamente coeso. Soprattutto è la finale Nothing Has To Be True che fa vedere che le due ragazze non si sono limitate al compitino ma, anzi, hanno provato ad aprirsi una porticina su un paesaggio sonoro contaminato che ancora hanno esplorato poco: synth, feedback e una struttura più articolata della canzone stessa. Niente di stravolgente, ma almeno cercano di prendere le distanze dalla calligrafia più pura. Un’evoluzione progressiva, ma che accredita due ragazze ancora giovani (classi 1990 e 1993) più di quanto ci si potesse attendere dall’hype degli esordi.

18 Gennaio 2018
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