• giu
    10
    2014

Album

Columbia Records

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Da dove cominciare per parlare di Stay Gold, terzo album delle First Aid Kit? Intanto, occorre precisare che nulla è cambiato dall’ultimo disco The Lion’s Roar, e nemmeno dal debutto The Big Black And The Blue, se non l’etichetta discografica: stavolta è la Columbia ad accompagnare l’uscita del nuovo lavoro delle sorelle di Enskede, sintomo, probabilmente, della volontà di voler raggiungere una fetta di pubblico ancora più ampia di quella già acquisita. Dunque, lasciata per sempre la “piccola” Wichita, le fatine scandinave del folk-pop di nuova generazione si preparano alla conquista di una parte di mercato che guarda appunto agli stilemi del pop da classifica, sempre però caratterizzato dalla matrice acustica e vocale propria dei Fleet Foxes.

Il quintetto di Seattle è ancora una prolificissima fonte di ispirazione per Johanna e Klara Söderberg, che senza rinunciare alle radici country/folk (ancora presenti, anche se in misura minore, modelli femminili quali Emmylou Harris, Dolly Parton, Joni Mitchell), presentano adesso una maggiore americanizzazione degli orizzonti musicali: seppelliti il fingerpicking e gli affreschi bucolici del folk britannico, sembra infatti che le First Aid Kit siano venute in contatto col rock in aria Jefferson Airplane e Fleetwood Mac. Così, a cominciare dalla prima traccia e singolo di lancio, My Silver Lining – e pure dalla copertina: non più i boschi di The Lion’s Roar, ma un cielo desertico a far da sfondo a delle novelle Grace Slick –, arrivano con un nuovo (si fa per dire) immaginario woodstockiano che ti rimane in testa al primo ascolto. Una formula neo-hippy presente anche nella successiva Master Pretender, altro pezzo che, sempre costruito sulle armonie vocali ormai marchio di fabbrica delle sorelle, sottolinea la facilità con cui tutti i brani di Stay Gold intercettano l’orecchio dell’ascoltatore al primo tentativo.

Dunque, non parliamo di un brutto disco, per lo meno non nel senso letterale del termine: procedendo con l’ascolto, infatti, ad esempio con la title-track (un semi plagio di Rumours), o con la super ballad Cedar Lane, si capisce che l’obiettivo dell’album è stato raggiunto. Canzoni ultra orecchiabili, voci impeccabili, una retorica buona e a tratti moralista volta a distanziarsi da ragazzacce come Miley e Rihanna: giovani e carine, ma tutt’altro che ingenue, le First Aid Kit hanno trovato una nicchia che prima di loro non era ancora stata occupata nel mondo del mainstream, e che con Stay Gold mostrano ancora una volta di saper sfruttare appieno.

In altre parole, è lo stereotipo di due ragazze sinceramente amanti di una musica nostalgica, passata e retromaniaca, tuttavia ripulita da ogni eccesso (di una Janis JoplinCourtney Love, per dire, non c’è nemmeno l’ombra), con modelli votati a costruire un’immagine pulita e mai sopra le righe. È un gioco di opposti in cui si condanna, anche se non apertamente, l’iper sessualizzazione del pop da classifica (risale giusto al mese scorso la polemica suscitata da Theresa Wayman, voce e chitarra delle Warpaint, contro Beyoncé e la già citata Rihanna), a cui contrapporre abilmente – e non potrebbe esserci davvero nulla di meglio – due facce d’angelo “che si sono fatte da sé”: come non ricordare, a questo proposito, il boom internettaro generato dalla cover di Tiger Mountain Peasant dei Fleet Foxes? Una band che, per prima in questi anni Zero, ha riportato in auge gli archetipi della pace pastorale e della grazia acustica, attraverso (anche) un’immagine lontanissima dai soliti cliché del “maledettismo” rock.

A ribadire il loro fascino di lolite nella forma ma non nella sostanza, c’è infine il brano Waitress Song: la storia (già splendidamente raccontata, anche se in termini ed esiti diversi, da Townes Van Zandt in Tecumseh Valley) della fanciulla alla dura scoperta del mondo, alle prese con le difficoltà dell’età adulta e più in generale della vita, dove spicca un verso – girls, they just want to have fun, and the rest of us hardly know who we are – che sintetizza al meglio quanto elencato fino a qui. Johanna e Klara sono cresciute e sono diventate delle piccole donne del pop, senza però aver perso una grammo di quella dolce innocenza che le rende due insopportabili angioletti.

Chi le ha amate fino ad ora non farà nessuna fatica ad apprezzare Stay Gold, né, immaginiamo, mancheranno nuovi proseliti. Ma oltre l’interpretazione, seppur ottima, di buone canzoni pop, di folk non è rimasto (o, probabilmente, non c’è mai stato) nulla, se non forse le impervie foreste svedesi.

12 giugno 2014
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