Recensioni

Il famoso e attesissimo secondo album della flotta delle volpi. Dopo il botto dell’esordio, i ragazzi di Seattle tentano il bis, con un’indagine più intimista e adult le problematiche comuni a qualsiasi sophomore che si rispetti: l’amore perduto (Lorelai), i resoconti di vita con riferimenti ai genitori (Montezuma) e il posizionamento nel ‘sistema mondo’ con domande esistenziali (la titletrack).
Un’incertezza di fondo sul ruolo dell’artista che attraversa un periodo apicale anche in altri ambiti: vedi l’Habemus Papam del nostro Moretti o Indecision, il romanzo d’esordio dell’americano Benjamin Kunkel, sorta di manifesto internazionale della generazione Noughties. Che sia dovuta a uno stallo compositivo di fatto, denunciato dal leader Robin Pecknold qualche tempo fa, ad una stanchezza per il lungo tour che la band ha sperimentato nei palchi di mezzo mondo, a problemi di salute, a un difficoltoso iter di produzione (i ragazzi hanno perso le registrazioni dell’album nel 2009 pagando di tasca loro svariate migliaia di dollari) o a storie d’amore andate a rotoli non è dato saperlo. Sono questi però gli ingredienti che conferiscono il quid di cui i ragazzi avevano bisogno per crescere. Dopo i sorrisi, quindi una pausa meditativa che aggiunge lo spessore dark all’osannato ottimismo dell’esordio.
Dal punto di vista sonico il discorso si fa vieppiù interessante con l’aggiunta di strumenti a fiato classici, world (campane tibetane) e armonie che approdano al free jazz con l’aggiunta emblematica di ottoni ed archi (The Shrine / An Argument). Il tutto è condito poi con i soliti accostamenti ai padri nobili Simon & Garfunkel (l’intro di Sim Sala Bim), Crosby Stills Nash and Young, il culto vanmorrisoniano di Astral Weeks e la psichedelia a 12 corde di Roy Harper, i cori mistici da funzione sacra e le armonie vocali che puntano a far emergere la voce solista, più definita rispetto all’amalgama per cui erano amati da molti fan (ricordando su tutti i Beach Boys).
Qualcuno ha voluto leggere questo disco come una lunga B-side del primo. Quello che sorprende è anche come i ragazzi tengano, senza diventare lagnosi, senza lamentarsi, solo con l’onestà del buon e infallibile artigiano. Non ci sono le fighetterie di gente come Mumford & Sons o Decemberists a mascherare buchi o falle. Qui c’è l’ostinazione per consegnare un prodotto che resista al passare del tempo. IL ritorno del 2011.
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