The Decemberists (US)

Biografia

Il fulcro della band, per certi versi il suo deus ex machina, è il cantante, chitarrista e compositore Colin Meloy, nativo del Montana, pieno midwest americano, ma stabilitosi a Portland, sulla costa pacifica. Solidi riferimenti letterari alle spalle, conditi da studi di scrittura creativa, Colin Meloy è tanto innamorato del country e del folk americano quanto del Mersey-beat, con Morrissey sull’altare ad allungare la propria ombra, narrativa e non solo.

Il primo atto discografico è un EP autoprodotto del 2001, 5 songs, poi ristampato in diversi formati e occasioni. Ad accompagnare l’indagine letteraria di cinque canzoni registrate nell’inverno del 2001 presso gli studi Type Foundry di Portland con l’aiuto di Jason Powers, sono il batterista Ezra Holbrook, il bassista Nate Query, la tastierista ed esperta di accordion Jenny Conlee, oltre al multistrumentista Chris Funk. C’è la frontiera, ci sono Matt Ward e Howe Gelb ad allungarsi nelle composizioni e c’è tanta letteratura, con versi lunghissimi che a volte sembrano non poter rimanere dentro alle linee melodiche.

In realtà l’EP è una specie di aperitivo per i fan locali, visto che l’etichetta Kill Rock Stars ha già pronto per l’anno successivo il primo album, Castaways and Cutouts, che fin dal titolo guarda all’esperienza marinaresca, da cui – soprattutto via sea-shandy, i canti dei marinai della tradizione anglosassone – fa insediare la band nel panorama del country indie che si sta affermando in quegli anni. Sul fronte delle ispirazioni, però, emerge anche fortissimo l’amore per il British folk, Sandy Denny in testa. Come forte, e lo sarà per tutta la carriera, è l’amore per i R.E.M. degli anni Ottanta e il Neil Young con la camicia a scacchi. Tra le righe, invece, si può leggere tutta l’influenza dell’onda lunga di Neutral Milk Hotel e Grant Lee Buffalo.

Ma è Her Majesty che pone più a fuoco che mai in precedenza la tendenza teatrale delle composizioni di Colin Meloy (che continua a essere e sarà sempre lo “scrittore”). Una collezione, l’album, di canzoni sempre ben congeniate, ma di cui si comincia a intravvedere anche uno dei limiti che talvolta emergeranno nella storia della band: la tendenza a non centrare fino in fondo l’obiettivo, come se non si volesse dare il colpo di grazia a una materia che di per sè è di grande valore e continua a far aumentare la base di fan, oramai non più solo locali.

Nel frattempo è arrivata Rachel Blumberg (hammond) e si è arrivato alla prima vera svolta nella carriera della band. L’EP Tain segna un’avvicinamento, se non nella materia proposta, almeno nei fatti al mainstream. La conferma si ha con Picaresque, un disco riuscito solo in parte e ispirato alle vicende del Don Chisciotte di Miguel Cervantes. Si fa strada l’idea di collegare tra di loro le canzoni attraverso un tema unico. Se non è concept, poco ci manca. E lo si vedrà nel giro di pochi anni. Ma Picaresque è soprattutto il cavallo di Troia con sui si portano dalle etichette underground alla Capitol.

Il passaggio su major coincide anche con l’apertura della discografia personale in solo di Meloy, fatta soprattutto di una serie di album tributo ai suoi miti. Il valore è quello che è, ma scorrere l’elenco dei titoli è come percorrere un personale breviario del cantuatore: Colin Meloy Sings Morrissey (2005), Colin Meloy Sings Shirley Collins (2006), Colin Meloy Sings Sam Cooke (2008), Colin Meloy Sings The Kinks (2013). Titoli, tra l’altro, che nella forma “canta i…” omaggiano direttamente un mondo discografico anni del passato da cui prende molta ispirazione, basti pensare ai Byrd che suonano Dylan, per fare un esempio.

Oramai la band ha una base di fan internazionale di grande interesse per la major che li mette sotto contratto e, nei limiti del possibile, sono praticamente trattati alla pari dei big in catalogo. Il che vuol dire che la promozione è di un certo impatto, soprattutto per anni in cui Internet non è ancora quello che è oggi. Colin Meloy e soci, però, sono attenti a non calpestare mai quella radice letteraria, un po’ snob, che coltivano amorevolmente dall’inizio. Il passo successivo è The Crane Wife del 2006, ispirato a un’antica fiaba giapponese. Ora la band è costituita dal solito Meloy e da Conlee, Blumberg, Funk e il batterista John Moen. Che qualcosa sia cambiato, lo confermano gli inviti ai talk show mainstream USA e l’entrata nella classica dei 200 album più venduti di Billboard. I Decemberists, pur mancando del brano killer, sono riusciti a mantenersi in equilibrio tra letterarietà underground e mood da radio FM e hanno riempito quell’airplay così americano senza essere l’ennesima band di epigoni. È chiaro che hanno una cifra culturale più profonda della media, ma non chiudono mai il canale di comunicazione con il pubblico del country, del tex-mex o del folk rock.

Ed ecco il vero e proprio concept album, anzi una rock opera: The Hazard of Love. Il disco ha la pretesa delle rock opera dei Sessanta, ma risulta a più riprese forzato e pretenzioso, senza però mai scadere del tutto. Una mezza sconfitta, ma con l’onore delle armi. Non la pensa così il pubblico, che comunque continua a premiare Meloy e sodali. Tanto che all’episodio successivo, The King Is Dead, tornati sui propri passi per proporre un canonico album di semplici canzoni slegate l’una dell’altra, i Decemberists si trovano per qualche tempo in cima alle classifiche USA. The King Is Dead, fin dal titolo omaggio/travisamento dell’idolo Morrissey, è un po’ più elettrico che in passato, ma senza nessun stravolgimento. Quello che cambia è che, privo di frame teorico forte, per la prima volta le canzoni fluiscono tutte libere e tornano a colpire nel segno come una decina di anni prima.

La formula è vincente, e dopo un hiatus, dovuto alla necessità di riprendere le energie dopo il tour mondiale, la band dà alle stampe What a Terrible World, What a Beautiful World, il disco numero sette della carriera. La fiducia nei propri mezzi si sente, l’amore per la lettera e le note è sempre lì in bell’evidenza, ma almeno per il momento Meloy sembra aver messo da parte velleità operistiche per concentrarsi nell’essere il riferimento alt.country di questi anni. Lo status della band, oramai, è questo.

 

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