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7.2

Il terzo album dei Florist è una parentesi esistenzialista per la leader del progetto, Emily Sprague. Fin dal titolo appare chiarissimo come il lavoro debba essere inquadrato pressoché come un album solista di quest’ultima, sorpresa a scrutare l’imperscrutabile, a soppesare gli elementi che compongono il quadro multiforme della realtà quotidiana, a fornire ipotesi per una salvezza possibile ma non certa. Più di tutto, però, è una netta presa di coscienza sullo stare al mondo, sul riconsiderare la solitudine non come difetto ultimo di un’esistenza andata fuori binario ma come punto d’arrivo per un’autoconsapevolezza superiore, un tentativo estremo di riappropriazione dell’identità sepolta sotto ognuno di noi. Se nell’arco dei due album precedenti erano i Florist ad assecondare le manie e le stravaganze dell’autrice, in questo Emily Alone è la stessa Sprague a farsi band (scrive tutti i brani del disco, suona ogni singolo strumento, produce il lavoro e registra il tutto a casa sua), a eliminare il rumore di fondo, le chiacchiere lontane ma ficcanti di una città come Los Angeles, ad abbracciare una valle solitaria di pensieri e suggestioni, a raccogliere il fiore del proprio cordoglio per vederlo germogliare in qualcosa di nuovo, eppure riconoscibile.

Accantonate le suggestioni ambient che avevano condito i suoi lavori in solitaria, Sprague adotta per la sua contemplazione quel folk senza tempo né spazio che in questi ultimi anni è possibile ritrovare in una numerosa serie di produzioni (declinato nelle vesti più veriegate), si pensi all’ondeggiare zuccheroso di una Frankie Cosmos, alle elucubrazioni spettrali di Jessica Pratt, al sospirare naturalistico dei Big Thief – Adrianne Lenker sembra proprio il faro verso cui la Sprague sta puntando per raggiungere il suo porto sicuro sulla terraferma – ma dove il punto nodale, il codice finale che svela la radice di tale ispirazione è rintracciabile in due grandi maestri del genere, appartenenti a due epoche profondamente diverse ma uniti dalla stessa sensibilità fatalista: Nick Drake e Elliott Smith.

«Emily Alone is about the self, which can be seen as a really isolationist thing, but the idea is that it’s this journey to explore your single piece in this collective consciousness of the world», ha modo di confessare l’autrice a Pitchfork, e in effetti è proprio quella sensazione di dicotomia infinita tra il tormento interiore e la tranquillità nel tutto, la consapevolezza degli elementi che ci circondano (Celebration) che in qualche maniera regala al nostro io profondo una pace impossibile da raggiungere con l’altro, in mezzo al caos dei rapporti sociali visti come un’interminabile e indistinta serie di traumi ambulanti. L’idea che per risolvere il proprio rapporto con il mondo esterno si debba prima scavare dentro di sé non è certo nuova, ma la Sprague cerca una rielaborazione che non necessiti di sconvolgimenti, ma che anzi apparecchi un terreno familiare e immediatamente riconoscibile per l’ascoltatore (As Alone). Parole ancestrali come time, now, dark e alone danzano tra loro, si seducono e si esorcizzano a vicenda, per una liberazione non definitiva (Time Is a Dark Feeling) ma continuamente in discussione.

Al termine di Emily Alone non appare definito se il progetto Florist tornerà a essere calcato come ensemble o rimarrà configurato nell’attuale veste di una lunga seduta psicanalitica, sia per l’ascoltatore che – soprattutto – per chi sta dall’altra parte del microfono.

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