Recensioni

5.5

È la festa del sociologismo facile facile. Tutti gli anglofoni sotto i 20 anni di stanza a Milano in questo momento sono esattamente dove mi trovo io adesso: il 73 San Babila-Linate per andare a vedere Flume. Scendo all’aeroporto, seguo la scia umana e arrivo al Magnolia, non ci venivo da dieci anni, l’ultima volta ci avevo visto gli Zu, in una specie di serra congestionata e cacofonica. Anche stavolta mi sembra un bordello niente male. Mi guardo attorno e capisco subito di stare incrementando consistentemente l’età media. Fa un po’ strano vedere quest’orda di gente per Flume, se quasi quattro anni fa era il giovane misconosciuto produttore australiano del cui disco di debutto scrivevo la recensione, entusiasta, prima di tutti gli altri (sì, Pitchfork sarebbe arrivato quasi 3 mesi dopo). Hanno lavorato bene su tutti i fronti, e poi i pezzi sono belli, funzionano, è chiaro, ma li hanno incartati bene ecco, e da qualche mese è uno degli artisti più hypati in circolazione. Opener non pervenuti, Flume – che arriva dritto dal Sónar, dove è piaciuto – attacca con un po’ di ritardo, salutato da una ola di cellulari che fa tanto Zeitgeist e da un boato così potente che riesce a sbloccare anche il POS che non accetta il bancomat al bar. Io mi scavo un tunnel tra i ragazzini, in un carso di sudore estivo, e arrivo dove posso, alla destra del palco. Il volume è indegnamente basso, me lo confermeranno poi anche altri che stavano da tutt’altra parte, nel mezzo del maelstrom centrale.

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C’è poco da dire di questo concerto molto poco live, con il ragazzo nella sua divisa d’ordinanza – e cioè una camicetta tutta fichetta – a incitare il pubblico con la mano destra e smanettare veramente il minimo sindacale, con la sinistra (a un certo punto, ma solo su un pezzo, prende una bacchetta in mano e picchia un po’ un pad). Live tra virgolette, quindi, durato giusto un’ora, pescando da entrambi gli album e mettendo in evidenza le collaborazioni con gli artisti preferiti (Chet Faker, Disclosure). Finisce prima, finisce presto, proprio quando il Nostro stava forse cominciando a leggere meglio il pubblico, molto voglioso di roba d’assalto e poco dei trip ambient spacey che forse erano stati dosati male, un pubblico abbastanza settato sul pilota automatico tra stop & go vari, ma a un certo punto anche lui abbastanza ammosciato (anche lui, il pubblico, oltre a me intendo). Un bis con uno dei pezzi più riusciti del disco nuovo, sul versante emo/drop della faccenda, non fa passare in cavalleria l’assenza clamorosa dalla scaletta di Left Alone.

Un live dove io sto fermo e sudo dieci volte più del tizio che sta sopra il palco non può essere cosa buona. Soprattutto se il pubblico pagante lo paga 28 euro. Flume sorpresa, ma a ‘sto giro nel senso del pacco.

(La foto che correda l’articolo è di Stefano Galliazzo)

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