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Dopo i report del day 1 e del day 2, tiriamo le somme dell’edizione 2016 del Sónar Barcelona 2016 con il resoconto della giornata finale dell’evento e con alcune considerazioni generali. Se il giorno precedente ha coinciso con il bagno di folla e il mix più eterogeneo a livello di proposte, tra cui l’accoppiata Anohni e Richie Hawtin a rappresentare i due antipodi del caso, l’ultima giornata della 23° edizione del festival lo conferma – con le sue 115.000 presenze formalmente dichiarate – come un bestia ancora affamata, generosa e soprattutto composita nella sua energica e multi-sfaccettata formula in bilico tra musica, arte e laboratorio d’innovazione tecnologica (la sezione D+).

Strategica anche per questa giornata la divisione tra stage e studio della timeline, un meccanismo che ha prediletto gli ascolti più canonici con asimmetria palco/pubblico – orientati tanto alle rime, quanto al sound design e, perché no, al vecchio formato canzone – nelle prime 12 ore del festival, e il blocco dei set a tarda notte, dove è stato lasciato campo libero all’esperienza dancefloor più pura ma, anche qui, distinguendo tra una maratona di classe come quella proposta da Laurent Garnier – un nuovo 7 hours set che bissa quello di Four Tet del venerdì – e cose più proteiche come Bicep e Boys Noize, o quel martellone calvinista di Ben Klock.

Il sabato comunque inizia presto al Village con badbadnotgood, quartetto anche piuttosto atteso con un nuovo album – Badbadnotgood IV – ricco di ospiti, tra cui anche Kaytranada (il pezzo si chiama Lavender), producer prezzemolo di quest’anno che abbiamo molto apprezzato anche su queste pagine e che verso la mezzanotte ha intrattenuto a dovere con il suo mix di r’n’b (vedi remix di Janet e Rihanna), hip hop e, in sostanza wonky revival (vedi su questa scia anche il nuovo Gold Panda o alla voce Brainfeeder fine anni Duemila), con un best of set delle sue produzioni propedeutico alla dirompente carica di Skepta. La grime star si è portata appresso sul palco il fratello JME, Jammer e una bella fetta dei suoi MC della Boy Better Know, per uno show esplosivo (vedi anche il nostro live video). Certo, a lato, dobbiamo dire che Mumdance, con Novelist e i suoi, lo scorso anno è stato superiore per impatto e flow, ma il suo è comunque stato un ottimo spettacolo, degno del vocalist più spottato e atteso del 2016 (vedi il caso discografico Konnichiwa analizzato su queste pagine).

Passo indietro al by day per dire di una speciale tripletta Raster Noton con i due boss Carsten Nicolai, ovvero Alva Noto, e Olaf Bender, ovvero Byetone (set che ha sofferto di qualche problema tecnico con i visual), ma anche con Cyclo, ovvero il progetto che Nicolai ha attivato con Ryoji Ikeda a cui colpevolmente non siamo riusciti ad assistere per via della dolorosa sovrapposizione con il live di Oneohtrix Point Never al SonarHall. Lo show di Daniel Lopatin ha tuttavia ampiamente sedato i sensi di colpa, sia per la selezione dei visual a cura dei fidi Nate Boyce e Jon Rafman, sia per la resa complessiva di un progetto totalmente concettuale su disco come Garden of Delete ma che dal vivo è stato capace di un’inedita carica black e cyber metal, oltre che di momenti più ambientali pre-Replica. In sostanza, su palco troviamo un duo chitarra effettata (meglio, un kaoss pad a forma di chitarra) e voce vocoderata, e laptop, con Lopatin ad interpretare dal vivo gli struggimenti del suo “alieno brufoloso” assieme al sound di varie tastiere (da quelle utilizzate dalla trance nei Novanta ai simulatori delle analogiche) e il suo chitarrista a blastare il pubblico con noise, glitch, ecc. Il successo della performance è anche dovuto all’incastro con visual che riprendono tutto lo scibile delle ultime produzioni del Nostro: un’overdose di CGI e di memorie provenienti dai nostri ultimi 30 anni immersi in videogame, BBS, giochi di ruolo (LARP e non LARP), e di tutto un immaginario bastardo fatto di cyber cultura di scarto (ma forse il live video girato in diretta su Facebook rende meglio l’idea).

Tornando al palco del SonarClub, i grandi numeri non li hanno fatti i New Order – a dir la verità un po’ imbolsiti (Bernard Sumner in sovrappeso e col fiato corto dietro la patina ultra elettronica di un set che si è concluso con Love Will Tear Us Apart e la scritta bianco su nero Joy Division Forever, vabbé) – quanto piuttosto il funk soul brother Fatboy Slim, il cui set è partito alle 4:00 per arrivare fino al mattino, concludendo un’edizione che sulla carta aveva meno assi nella manica rispetto a quella del 2015 ma che si è sorprendentemente dimostrata viva, ancor prima che varia. Proprio come è accaduto con le cifre record del Primavera Sound 2016, ad eventi come questi è necessario mescolare selezione ma anche trasporto (vedi l’atmosfera creata dalla musica che in palcoscenici come il Village o il SonarClub è più importante di qualsiasi altra variabile), dettando i nostri tempi su quelli di una macchina organizzativa imponente e vertiginosa, proprio come hanno fatto i ragazzi neo rave wannabe che erano ancora accampati sotto il sole di mezzogiorno della domenica nelle secche aiuole attorno alla fiera di Barcellona.

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