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Se, come scrive Sebastiano Vassalli, «abbiamo perso il futuro», cosa ci potrà essere dopo la fine del mondo? I Foals stanno girando intorno alla risposta da almeno un anno, da quando i brani di quello che alla fine è diventato un doppio album venivano scritti e registrati. La prima parte di Everything Not Saved Will Be Lost, a detta dello stesso Philippakis, era il punto di vista di un essere umano (forse l’ultimo sopravvissuto sulla Terra?) che guarda l’apocalisse da un grattacielo. Il secondo tempo dell’album è il passo in avanti che costringe l’individuo a fare i conti con la gravità e con un “post” difficile da razionalizzare ma che sicuramente sarà tutt’altro che roseo.

Più ruvido del suo gemello, meno imprevedibile dal punto di vista sonoro, Everything Not Saved Will Be Lost – Part 2 riprende il lato più chitarristico e corrosivo degli oxoniensi mostrando analogie marcate col precedente What Went Down. Ma andiamo al sodo: The Runner e Into The Surf sono lo zenith della tracklist, non solo per la loro qualità, ma soprattutto perché rappresentano le due anime della band. La prima, con riff ariosi e ritmica avvolgente, mostra i muscoli e li immerge in saturazioni, riverberi e in un cantato drammatico. Pianoforte e percussioni dilatate sono la base su cui si sviluppa il secondo brano, che prende vita da un antico canto greco incentrato sul tema (molto attuale) della morte su sponde lontane, e il cui riff era stato anticipato nella prima parte marzolina in Surf Pt. 1.

Il secondo tempo di Entswbl è simile e al tempo stesso diverso rispetto al primo; si apre allo stesso modo, con una intro (Red Desert) che sfocia in uno dei brani più riusciti, e termina, di contro, con una suite lunga quasi dieci minuti in cui si alternano stasi ed esplosioni sonore (Neptune). Nel mezzo Wash Off, che sembra uscita dalle b side di Holy Fire, un vecchio blues rurale urbanizzato (Like Lightning) e brani dalla classica impronta Foals (Dreaming Of) che, però, non risultano particolarmente incisivi. Ci si affida, così, alla psichedelia di 10,000 Feet e all’intermezzo pianistico Ikaria, a testimoniare nuovamente il dualismo insito alla fisiognomica sonora della band.

Everything Not Saved Will Be Lost è un dramma in due atti che nel suo insieme fotografa un gruppo nel pieno della propria capacità e consapevole, mai come in questa fase, dei suoi punti forti e dei suoi limiti. Ma il doppio album è anche una dichiarazione d’intenti, un manifesto ambizioso di quella “miglior band live” che tenta di equilibrare le sue abilità in studio puntando su tutti gli escamotage che quest’ultimo può regalare. Il risultato è un’opera resa ancora più interessante dalla prima parte – in sostanza, più fresca e fluida – che non disdegna quanto fatto nei quattro dischi precedenti – qui entra in gioco la seconda parte, penalizzata soltanto dall’effetto del “già sentito”. Con ogni probabilità, però, il maggior pregio dei Foals è essere un gruppo figlio del proprio tempo: in entrambi gli album riecheggiano le lotte ambientaliste, la Brexit, il dramma dei migranti, il realismo capitalista e un futuro che non sappiamo più immaginare. Lo conferma Philippakis quando a NME (le interviste ai Foals sono sempre molto interessanti) confessa: «The only thing anyone can express right now is confusion».

Ecco, in questa confusione la band di Oxford custodisce gelosamente una grande verità: ci troviamo di fronte a un gruppo in grande forma che ha tutte le carte in regola per raggiungere la definitiva consacrazione nel prossimo futuro, a partire dall’headlining di Glasto. Forse la fine del mondo è vicina e inevitabile, ma con la musica dei Foals sarà più sopportabile, perché i loro testi e suoni raccontano il presente con una sincerità disarmante, unico punto di partenza per rimanere aggrappati a un anelito di speranza: «Shadow, come closer, so I’ll go on further».

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