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Avrebbe potuto fare semplicemente un altro album, andare in tour e vendere vagonate di magliette – in alternativa, avrebbe voluto ri-registrare il debutto dei Foo Fighters per il ventennale – invece Dave Grohl ha scelto la via apparentemente più complicata. “Faremo qualcosa di differente, qualcosa che non abbiamo mai fatto prima per mettere alla prova la band.” Missione compiuta. Sonic Highways, prodotto da Butch Vig, è il disco più ambizioso e in un certo senso sincero, dei Foos: mette a nudo alcuni piccoli limiti del gruppo (nessuno è perfetto, però un pizzico di follia in più non avrebbe guastato) ma soprattutto evidenzia la capacità dei musicisti di interagire con il contesto mutevole in cui si è sviluppato il progetto. Austin, Chicago, Los Angeles, Nashville, New Orleans, New York, Seattle e Washington DC. Una città, una settimana di registrazioni, una canzone. L’istantanea di una scena, la trasposizione di un’attitudine, il feeling con artisti di volta in volta differenti.

Si, perchè Sonic Highways è una lunghissima corsa lungo le infinite strade statunitensi, un progetto di ampio respiro che si collega a una mini-serie di otto puntate (di cui ha parlato Federico Pevere su SA) dedicata ciascuna a una città diversa, in cui demo e jam sessions sono diventati i brani di questo disco. “C’è una ragione”, spiega Grohl, “se Nashville è una capitale del country o se il blues è così importante a Chicago.” Come dichiarato in occasione della residency di una settimana al Letterman Show, l’ex Nirvana ha aspettato fino all’ultimo giorno utile per scrivere i testi delle canzoni, recuperando estratti delle interviste per il documentario trasmesso da HBO negli States.

Sonic Highways è un mosaico più ampio, in cui frammenti, testimonianze, battute, si fondono a riff, progressioni sonore e (auto)citazioni. Una commistione quasi lunga un continente, come testimonia la cover del disco, una cartolina transgenica che fonde – in una immaginifica città – lo Space Needle di Seattle, la Statua della Libertà, l’Hollywood Sign, l’Empire State Building etc; al centro l’otto, simbolo di infinito, e guardacaso il numero dei dischi targati Foo Fighters. In estate, con largo anticipo rispetto all’uscita, l’autore di My Hero ha rassicurato i fan: “Sarà un disco riconoscibile all’istante ma con qualcosa di più profondo e musicale dentro.” Quel qualcosa è la cavalcata di Something From Nothing, una progressione ragionata e articolata, che partendo dal sussurro “Here lies a city on fire… it started with a spark, and burned into the dark” culmina con l’urlaccio di Grohl al minuto 4 e che si ricorda per l’inaspettato organo retro funk e la citazione nel pezzo dell’eroe del blues Muddy Waters. Ospite del pezzo, il chitarrista dei Cheap Trick, Rick Nielsen. Nei suoi studios, gli Electrical Audio, Steve Albini assicura un sound a dir poco magistrale. Congregation è la classica canzone à la Foo Fighters (una Long Road To Ruin pt.2) quasi da pilota automatico, con un intro “pop” virata ad un rock tanto muscolare quanto melodicamente ineccepibile.

Riuscito il tributo alla scena hardcore punk di Washington di The Feast and the Famine, con i Bad Brains a benedire l’operazione. L’arrangiamento orchestrale di I Am A River, seppur conservatore, è qualcosa di inedito nella proposta musicale dei Foos, un colpo di reni nel brano più lineare e meno convincente del lotto, mentre Subterranean è la confessione di un momento delicato, la fine dei Nirvana dietro l’angolo e l’inizio di un altro capitolo nella sua carriera, una rinascita raccontata senza sovrastrutture e con assoluta sincerità. Outside, registrata al Rancho Del La Luna di Joshua Tree, si avvale della chitarra dell’Eagle, Joe Walsh, e seppur completa e definita nella sua costruzione, profuma autenticamente di jam session. Il disco prosegue, apportando modifiche godibili al songwriting tipico della formazione, ma senza stravolgimenti particolari. Seppur con interlocutori di volta in volta differenti, il gruppo mantiene una precisa idea della propria identità. Sonic Highways è una panoramica dell’America attraverso gli occhi di Grohl, sempre più portavoce di un discorso tutt’ora in divenire e che ci auguriamo possa proseguire ancora a lungo.

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