Recensioni

6.3

Street o ribelle, Frankie non lo è mai stato. Probabilmente non si è mai sporcato le mani con lo spray per graffitare i cavalcavia della suburbana, né si è mai imposto come esponente di posse o cricche di rilievo, quali, ai tempi, Colle Der Fomento, Sangue Misto e via dicendo. Frankie si è posto, piuttosto, come mente (ben)pensante di un hip hop intellettuale e intelligente, anche se spesso questo ha significato fare troppe (a volte mal riuscite) aperture al mondo luccicante e abbagliante del soubrettismo televisivo.

Essere umani, il quinto album di inediti dell’artista torinese, arriva dopo l’esperienza sanremese, di uno dei Sanremo peggio riusciti della Storia. Non ha stupito la presenza del rapper (tra l’altro già presente nel 2008 con Rivoluzione) perché, in questa Italia costruita a immagine e somiglianza di Fabio Fazio, il tocco di qualità non sarebbe dipeso da brani come Pedala o Un uomo è vivo, che, infatti, non avevano questo intento. Sono brani ben costruiti per il Sanremo della sinistra democristiana, sono impegnati senza inneggiare allo sconvolgimento, sono adagiati (anche musicalmente) su uno stantio levare l’una e sulla sonata rap l’altra. Non a caso, più che sembrare il padre, Frankie finisce col rappresentare il figlio: da una parte quel Jovanotti, che è sempre stato un po’ il suo contraltare più frivolo, e dall’altra quel Caparezza che è stato, per qualcuno, persino fonte della sua riscoperta recente.

Essere umani è un album troppo umano, forse, per uno come Frankie che ci ha abituati a grandi cose, anche se, superato lo scoglio del palco dell’Ariston, suona più fresco e originale di quanto ci saremmo aspettati. Gli altri brani, infatti, pur continuando a usare ritmiche e partiture terribilmente sterili e superate e pur affidandosi, as always, ai mezzi sbagliati per dire le cose giuste, si salvano parzialmente: quando le rime si moltiplicano e i toni smettono di essere quelli da sagra di paese (leggi Festival di Sanremo) con trombe, fanfare e quant’altro, tingendosi piuttosto di urbano e lasciando fuori la sicurezza del mondo (“Poi venne la crisi, sparirono i sorrisi, le frasi col vicino divennero scortesi, nervi troppo tesi, tasse tutti i mesi, i soldi peggio spesi, i soldi sempre attesi” dice con fare un po’ canzonatorio in Essere umani), il disco assume un buon tiro. La grande capacità del Di Gesù di creare storie non si ferma, per fortuna, a quella ciclistica di Pedala, ma investe anche Atteso Imprevedibile, storia di due amici bruciati dal gioco d’azzardo e condizionata da un chorus di voci raddoppiate in pieno stile Battiato. Bella.

Essere umani come essere Elefanti, dice il Nostro nel pattern cadenzato della canzone sull’immigrazione e sul genere umano in generale, con uno sguardo certo intenso, ma forse meno tagliente di un tempo. Anche perché (forse è lecito pensarlo) un rapper come Frankie (che si prende, ad esempio, il lusso di fare un album da sette canzoni dopo sei anni di silenzio), è anche un rapper rassegnato. E non solo per colpa di un mondo lurido e malconcio come quello in cui viviamo, ma soprattutto a causa di un universo hip hop che probabilmente non ha più posto per nostalgici pensatori come lui. Che non valga come giustificativo per un disco tutto sommato riuscito a metà, ma… come si fa a non comprenderlo?

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