Recensioni

7.2

Ci sono voluti quattro anni prima che, annunciato dall’EP Però quasi, vedesse la luce questo ultimo album dell’ex cantante degli Skiantos, realizzato insieme alla compagna di vita e d’arte Alessandra Mostacci, e che dell’EP riprende quasi tutti i brani (ma senza le ospitate di Luca CarboniJ-Ax). Un album composto da materiali eterogenei come già il singolo (ma anche come Dinamismi plastici, il disco del 2011 della Freak Antoni Band): in scaletta troviamo infatti brani nuovi, Skiantos classici (GelatiSono un ribelle mamma) e recenti (Allegretto ma non troppo, con musica della Mostacci), la cover di Una brava ragazza (presente nei live fin dai tempi in cui Freak fu ospite dello spettacolo Baccini canta Tenco) e brani della suddetta Freak Antoni Band, tra cui Dove sei, una delle due canzoni con cui Antoni e la pianista provarono a mandare Sofia Buconi a Sanremo.

Già, il Festival: nel ’79 la scelta degli Skiantos di tentare la partecipazione alla kermesse fu uno dei motivi che spinsero Freak a lasciare il gruppo; ma negli ultimi anni, davanti al silenzio dei media sulle sue attività musicali, lui e Alessandra Mostacci avevano deciso di riprovarci, se non altro per cercare un po’ di visibilità. E la cosa aveva senso, perché, col passaggio di partner musicale dal rockettaro Dandy Bestia alla pianista di formazione classica Mostacci, il nuovo corso (con le tappe intermedie dell’avanguardia del progetto Ironikontemporaneo e di nuovo il rock della FAB) cominciava a risultare più melodico e dunque, volendo, più consono al Festival: d’altra parte quante volte leggiamo, negli articoli che analizzano le canzoni di Sanremo, commenti del tipo “apertura pucciniana” (ma anche “Vivaldi risciacquato” ci starebbe)? E allora pop, ma a modo suo, e il disco mostra il compimento e la maturazione di questa nuova identità musicale dell’autore, ennesima reinvenzione – o meglio, trasformazione – della sua carriera.

Se infatti il disco della Freak Antoni Band presentava un suono non del tutto a fuoco, con qualche banalità rock di troppo, qui invece il nuovo stile è compiuto: la produzione di Fabrizio Federghi mette il piano al centro di un impasto in cui la varietà strumentale colora con discrezione e la voce è in primo piano come il pop richiede, al servizio di canzoni classicamente melodiche, spesso d’amore, anche se non mancano riflessioni personali (la geniale Mi sento strano, il cui testo è stato arricchito e migliorato rispetto a quello che venne pubblicato su libro, o la notevole Diventare santo) o sul mondo (la già nota Allegretto ma non troppo). E se a livello sonoro sperimentazione e stranezza si infiltrano con un rumorismo di soppiatto, i testi fanno la stessa cosa: anche quando parlano d’amore (Però quasi, Sciare), anche quando riflettono seriamente sul mondo, arriva sempre una qualche metafora surreale, qualche similitudine inattesa (Mi sento strano ne è un catalogo), qualcosa che sabota il pop sentimentale dall’interno. Non siamo più allo sberleffo in your face degli inizi, gridato su chitarre agli esordi suonate male, e non siamo nemmeno alla storica Vortice, che azzannava senza riguardo la canzone d’amore: qui l’operazione è più sottile, anche quando la Dove sei scritta per la Buconi viene riletta secondo un contrasto tra le spiazzanti strofe di Freak e il sentimentalissimo ritornello (a cui qui dà voce Laura Bono). E il resto è in linea: Gelati ha rivelato da tempo la sua vena oscura (e un finale parlato ci dice esplicitamente che la canzone parla di dipendenze e invita l’ascoltatore a sostituire ai gelati la propria mania), Sono un ribelle mamma probabilmente c’è per la musica, Simboli del sesso è un’altra declinazione di Gelati e Una brava ragazza completa il quadro dell’amore-secondo-Freak.

Come gli Skiantos facevano buon rock prendendone in giro gli stilemi comuni, anche qui si gioca col pop mentre si scrivono canzoni con tutti i crismi (e che funzionano anche dopo i sabotaggi), componendo un disco coerente sia come stile sia nel ribadire la visione del mondo decentrata e appassionata dell’autore. Chissà dove lo avrebbe portato questa svolta: rimane una degnissima conclusione di una carriera assolutamente peculiare.

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