Recensioni

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Adolph Rickenbacker, nel lontano 1931, realizzò il primo pick up elettromagnetico, iniziando ad applicarlo ai normali strumenti acustici e creando così la frying pan guitar. Poi Les Paul, Leo Fender e musicisti capaci di ampliare e stravolgere il vocabolario della sei corde come il divino Jimi Hendrix, esploratori strafatti del feedback, in bilico tra genio e provocazione gratuita (il Metal Machine Music di Lou Reed); reietti come Poison Ivy dei Cramps, uomini capaci di evocare gli spiriti del cielo e della terra zappando su una chitarra sdentata come Son House, o di convocare in adunata le divinità di ieri, di oggi e di domani (Blind Willie Johnson), cazzari metal (ma anche fusion) che scambiano la musica per una questione ginnica, rabdomanti del suono come Marc Ribot, improvvisatori imprendibili come Derek Bailey, selvaggi e lirici come il Bill Orcutt di A new way to pay old debts (Editions Mego, 2011), fracassoni come Keiji Haino, esploratori delle brume come il nostro Alessandro Stefana, chitarrista di Guano Padano e, oramai da tempo spalla perenne di Vinicio Capossella (da recuperare assolutamente il suo Poste e Telegrafi del 2007 su Important Records), o il grande Paolo Angeli, che con la sua chitarra sarda preparata da qualche tempo sta meritatamente girando il mondo. E, tra i tanti altri che non citiamo per mere ragioni di spazio, certamente il grandissimo Fred Frith, uno per il quale l’appellativo di leggenda vivente non stona affatto, ed alla cui inesausta ed inesauribile ricerca Angeli deve sicuramente molto ( al suo repertorio, insieme a quello di Björk ha dedicato non a caso il disco Tessuti, pubblicato nel 2007 dalla Rer Megacorp di Chris Cutler, antico sodale di Frith). Il polistrumentista ( tastiere, chitarra, basso , violino), compositore ed improvvisatore inglese racconta di essersi innamorato dello studio di registrazione e delle sue infinite possibilità durante l’epopea Henry Cow, abbracciando in quei frangenti l’idea del lavoro musicale come di un’entità mai terminata ed in costante mutamento. Da ciò discende per forza una disciplina fatta di collaborazione, improvvisazione, scultura del suono e trattamento della composizione come un processo sempre aperto che resta ad oggi centrale nel suo modo di fare musica.
Art Bears, Massacre, Skeleton Crew, Fred Frith Guitar Quartet, i lavori in solo e quelli, fulminanti del trio con Jason Hoopes e Jordan Glenn; il bellissimo Step Across the Border, i Death Ambient, Gravity , Speechless, la musica per la danza e per il cinema, i Naked City, ed una infinita serie di soli e di collaborazioni nell’ambito della scrittura e dell’improvvisazione. Fred Frith è semplicemente un monumento vivente ad un modo cocciutamente libero ed anti retorico di approcciare la chitarra, le sue possibilità linguistiche e la musica in generale. Tra il 2006 ed il 2016 il geniale musicista ha suonato una ottantina di concerti allo Stone di New York, il club che ha come direttore artistico John Zorn. Ciò che ascoltiamo in questo torrenziale triplo CD non è altro che una selezione, in ventitrè tracce, degli incontri che il settantenne di Heathfield ha fatto nella sua sterminata carriera ed in quello spazio così importante, anche a livello simbolico.
La lista dei musicisti coinvolti fa girare la testa: tra gli altri Laurie Anderson, Sylvie Courvoisier, Jessica Lurie, Ikue Mori, Pauline Oliveros, Evan Parker, Gyan Riley, Nate Wooley. Con cospiratori di tal fatta, Frith, all’insegna dell’improvvisazione totale, ci regala un monolite in tre capitoli, come un trattato sulle possibilità creative della cosiddetta nuova musica. Come spiegato nel corposo libretto del succulento box, le modalità degli incontri sono state sempre le stesse: partendo dal pressuposto che non ci sono mai state prove, discussioni, e che in alcuni casi i musicisti che si sono incontrati poi sul palco non avevano mai suonato insieme prima di allora, l’incontro era fissato allo Stone per le 18:00; ci si assicurava che tutto fosse a posto, primo show alle 20:00, breve pausa, e nuovo spettacolo alle 22:00. Si ripeteva così per cinque giorni. I tre CD contengono perle selvatiche e bellissime, ispidi esempi di bellezza libera e senza compromessi con alcuno stantio galateo musicale; tutto si tiene, nel nome della musica e di una inesauribile capacità di far parlare e di rendere lirico anche ciò che apparentemente potrebbe, ad un orecchio distratto, sembrare spazzatura.
Ma ci sono miniere di poesia anche in quello che molti sbrigativamente e in modo dispregiativo si affrettano a bollare come rumore: basti ascoltare, ad esempio, i 16 incredibili minuti di Silver Lining, con Ikue Mori alle elettroniche (i DNA di Arto Lindsay, un altro grande profeta non profeta della liberazione della chitarra dalle catene della retorica) e Nate Wooley alla tromba. Ogni titolo è preso dalle pagine del New York Times nei giorni delle registrazioni, come fossero cronache elettroacustiche di questi tempi confusi, cronache di domani, o una specie di versione umanistica della radio music di John Cage, come in una sorta di miracoloso blob dove convergono, creando nuova, fertile bellezza, fantasmi di quello che un tempo chiamavamo rock, ombre contemporaneee, fondali ambientali e chissà quanto altro, secondo una vocazione enciclopedica ma mai assertiva, semmai capace di far fiorire in testa a chi ascolta mille e mille domande. Un disco imprescindibile per un musicista semplicemente fondamentale, su un’etichetta, la Intakt, che non smette di setacciare per noi le pepite migliori nei fiumi della musica contemporanea.
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