Recensioni

6.9

Due copertine in dialogo tra loro. Due titoli in linguaggio binario, rappresentazione dello zero e dell’uno. Due dischi che sono lo stesso lavoro. 0011000 e 0011001 non danno seguito, infatti, alle aspettative di presunto dualismo che sembrano stimolare: anzi fluiscono l’uno dentro l’altro con una coerenza che ne attraversa la separazione discografica. Valentin, abituato a co-produrre, partecipare, fiancheggiare, (lo ricordiamo per esempio col sodale Loke Rahbek nell’interessante Elephant, le cui eco si allungano anche su queste nuove tracce) diventa ora davvero autore protagonista, anche quando – due per disco – accoglie ospiti a mettere voce sulle sue esigue architetture sonore. Queste si inerpicano in aria come le opere in filo metallico di Edoardo Tresoldi, a ricreare strutture familiari ma stranianti.

C’è il gusto per le dissonanze, sparpagliate qua e là un po’ ovunque (Blue, con Jeuru, ne fa un manifesto rimanendo comunque il pezzo dal ritornello più schiettamente pop), testimonianza del desiderio di non cercare le soluzioni facili (o i materiali consueti, restando in metafora). Poi certo: ci sono i pieni e i vuoti, e spesso hanno quel sapore scandinavo che è sempre lì lì per cadere in tentazione Ólafur Arnalds (i violini che accompagnano alla chiusura Thank You) ma è proprio qui il punto: ne possono mimare le forme, eppure sanno essere un oggetto nuovo. Ti suscitano memorie notturne dai 10s (ma pure dagli ultimi episodi) di Romy e soci quando attacca la voce di Fine Glindvad– e poi entra per la prima e unica volta negli otto pezzi il beat – in Hello, ma rimane altro. Così come è altra la teatralità di Tex Weerasinghe, appoggiata sul pianoforte e masticata da un vocoder che ne cambia le direttrici trasportandola dai dintorni di Anohni fino a quasi mai esattamente dove ci aspetteremmo risolvesse. 

Valentin ha raccontato che questo disco (usiamo il singolare alla luce di quanto detto sopra) è nato di riflesso a due sentimenti speculari quanto complementari e opposti: il dolore per la perdita della madre e la gioia di diventare padre per la prima volta. Non stupisce rendersi conto, ascoltandolo, di come essi siano indistinguibili: non uguali, ma indistricabili. Ce lo dicono i fiori sulle copertine, che raffigurano ognuno contemporaneamente decadimento e vita, presenza e assenza e lo ricalcano appunto i brani, soprattutto nella loro natura quasi incerta e imperfetta. Perché se c’è un pregio in questo lavoro è proprio la sensazione che ci parli con sincerità, anche al prezzo di risultare prolisso negli strumentali che concorrono all’atmosfera complessiva, quasi sempre disgregandosi in code appena accennate – Magic o la sua “corrispondente” Butterfly, nenia visuale e suggestiva. 

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