Recensioni

Il cinema di Gabriele Muccino è l’arte di sublimare il patetico in un racconto che deve avere al suo centro il conflitto interiore di una generazione intera, la sua ovviamente. L’apice cinematografico raggiunto, tuttavia, in L’ultimo bacio – quello davvero uno spaccato lucido e brillante sui trentenni perduti del 2000 diventato praticamente un manifesto – non è stato più replicato, scivolando spesso e volentieri in una parodia o nell’autocitazione sfrenata e fine a se stessa – da Ricordati di me alla melassa di Baciami ancora, fino ad arrivare al più recente A casa tutti bene (tralasciamo le parentesi americane per non rigirare il coltello nella piaga). E Gli anni più belli, se vogliamo, è il perfetto negativo di A casa tutti bene: se in quest’ultimo la storia si svolgeva in un tempo e in un luogo ristretti, nell’arco di poche ore di convivenza forzata, il nuovo film vorrebbe avere il respiro dell’epopea sentimentale con il suo cavalcare i decenni tra una delusione affettiva e l’altra, dove queste fasi di passaggio – tra l’adolescenza e l’età adulta, tra la realizzazione personale e lo spettro della vecchiaia – vengono scandite da alcuni dei più emblematici passaggi della Storia, italiana e non (dalla caduta del Muro di Berlino alla discesa in campo berlusconiana, dall’11 settembre al Movimento 5 Stelle).

Insomma, non solo Muccino vuole realizzare una sorta di remake/sequel spirituale di C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, ma l’intenzione sembrerebbe anche quella di non ripetere gli stessi errori di Giovanni Veronesi nel più recente L’ultima ruota del carro. Solo che, se quest’ultimo lavoro già incespicava con un solo personaggio protagonista, figuriamoci con tre (più una) alle prese con le trame sentimentali ingarbugliate del cinema di Muccino, fatte cioè di amori costretti a finire, di tradimenti ripetuti e di sbagli che solo in prospettiva assumono la giusta dimensione. Tutto nella norma e l’intenzione è pure nobile, visto che stavolta perlomeno il regista romano non ricerca il confronto con il capolavoro di Scola, anzi il suo obiettivo è più quello dell’adattamento al suo stile, che riconosciamo soprattutto dalle dinamiche tra i personaggi, tra movimenti di macchina volti a creare sempre tensione alla scena e a una sceneggiatura ingolfatissima, indirizzata all’accumulo di scene madri (sterili) che puntualmente e inesorabilmente si sgonfiano. Questo perché il vero spirito del film di Ettore Scola era profondamente politico (difatti iniziava con la Resistenza), mentre Muccino è più interessato al tradimento degli affetti, uno dei punti cardine della sua filmografia e snodo centrale delle vite dei suoi personaggi.

Dunque perché far parlare i protagonisti in macchina se poi si abbandona per strada questo (trito) escamotage? Perché utilizzare precisi momenti storici di raccordo in maniera grossolana ed elementare (Favino diventa praticamente un berlusconiano, Santamaria un grillino in quella che è una fiera di banalità assolutamente non necessaria allo spettatore), per poi dimenticarsi delle colpe e assolvere tutti dall’alto? Si dirà che il perdono è un’arma efficace contro l’oscurantismo contemporaneo, ma in questo caso risulta completamente incoerente con le azioni dei personaggi, impedendo tra l’altro il raggiungimento di quella catarsi definitiva inseguita per tutta la narrazione.

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