• giu
    22
    2018

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4AD

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Avevamo lasciato il trio newyorchese con un disco caotico che, citando Antonello Comunale, «piegava le venature psych e dub degli esordi sotto una spessa nervatura fatta di umori etno, venature world, con il piglio dance mai così pronunciato, finendo col diventare una sorta di strana fusione kitsch tra M.I.A. e le vecchie suggestioni etno di gente come Loop Guru e Transglobal Underground». In pratica Eye Contact era un pasticciaccio che sebbene fosse brutto (e figlio dei peggiori 80s), sapeva regalare dei gran bei momenti sotto forma di jam psichedeliche potenti e visionarie e senz’altro non annoiava (quasi) mai per via di una tela di rimandi incrociati e per quell’attrazione respingente che la voce di Lizzi Bougatsos sapeva esercitare su fan e hater che fossero. Per rendervi l’idea: pensate a Satomi Matsuzak dei Deerhoof mentre canta Kate Bush (o la sopracitata M.I.A o persino Björk) sotto la doccia.

Ora, passano ben 7 anni e i Nostri tornano in autarchia produttivamente parlando (a produrre c’è Brian DeGraw), e sempre con mamma 4AD a dar loro rinnovato slancio. Fin dalla copertina (lo scatto è di David Benjamin Sherry) sembrano puntare a una sorta di new now age marziana che è forse ciò che hanno sempre aspirato a fare e/o diventare (da grandi). E fin qui il passaggio è più che comprensibile. Tuttavia, passi la proverbiale confusione e quel colorato caos armonico-ritmico (che è da sempre il loro bello), passi la performance vocale della Bougatsos (che qui pare più attirata da Kazu Makino), ma ciò che proprio non va è che la band abbia puntato al pop facendosi sgamare a pasticciarlo nel tentativo di coprire le proprie lacune a livello melodico. Né J-TreeLotus sono specchietti per le allodole in questo senso, e sì, molta della loro musica potrebbe essere definita in questo modo, ma cosa dire quando i Nostri, imboccando la via della “normalizzazione”, perdono quasi del tutto il tocco e l’estro kitsch, insomma, quel giocare col cattivo gusto che tanto ce li aveva fatti amare e odiare assieme? Young Boy (Marika in Amerika) sembra l’unica traccia a conservare un po’ di quegli azzardi che li avevano resi un culto (metti un incrocio tra dei NIN magrebini e la arty Grimes più vicina al – ehm – grime). La title track invece sembra prendersi troppo sul serio, in quel saliscendi tra ambient, etno, world, techno pop kraftwerkchiano e (aridaje) ritornelli pop degni della peggio trance dei 90s. Peccato anche per Snake Dub, che riprende il crossover di Young Boy per portarlo da nessuna parte, in realtà. Tanti veli coprono queste tracce ma sotto c’è poco o niente e quel poco o niente, neanche troppo paradossalmente, è preferibile agli smalti di un pop banalotto e (sacrilegio per una band come loro) prevedibile (vedi anche Too Much, Too Soon).

Dunque ci si annoia anche un po’, in questo ritorno targato Gang Gang Dance, un disco molto promettente sulla carta, che poteva far quadrare bene la loro proposta dopo tutti questi anni, e in definitiva invece si risolve in un nulla di fatto.

22 Giugno 2018
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