• Mar
    02
    2015

Membran

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“La tua fama ti precede”: viene in mente questa frase ascoltando i Gang Of Four di oggi, incarnazione tarda di una band che, sul viale della retromania e nel caleidoscopio delle reunion, viene e verrà sempre ricordata per un disco in particolare. Si parla ovviamente di quell’Entertainment! che inventava più di trentacinque anni fa un chitarrismo iper-asciutto e allo stesso tempo ballabile, che avrebbe fatto la fortuna di molte band nei decenni a venire (vero, Franz Ferdinand?). I dischi seguenti si sono divisi tra slanci dignitosi e cadute di tono, senza mai un capitolo che si avvicinasse al primo per spessore. Dopo tutti questi anni, la certezza è ormai un’ovvietà: se vogliamo portarci a casa un album dei Gang Of Four, quell’album è l’esordio.

“La tua fama ti precede”, e purtroppo la fama resta ancorata al passato anche in questa uscita. Non che la band non ci provi ad evolversi: l’unico rimasto e ormai leader indiscusso, Andy Gill (chitarra), lo fa infarcendo il disco di alcuni ospiti (come Alison Mosshart e Herbert Grönemeyer, tra gli altri), ma il problema resta. Gill guida un gruppo di musicisti che con i Gang Of Four degli esordi non hanno nulla in comune. Il posto che fino a ieri era di Jon King dietro il microfono, ora è di John Sterry; al basso c’è da alcuni anni Thomas McNiece; alle pelli siede Jonny Finnegan. Ma chiariamo bene: le responsabilità della direzione presa dalla band sono del chitarrista, come songwriter e produttore.

Ascoltando What Happens Next, alla mente affiorano due immagini fondamentali: gli U2 altezza Pop e i The Music (l’attacco di England’s In My Bones è esplicativo di quest’ultimo riferimento). La traiettoria ricorda in parte quella di un’altra band che con i Gang Of Four condivide la fascinazione per il funk da “chitarra asciutta e punk”, il Pop Group. Ma se quest’ultimo ha dato vita, nel suo Citizen Zombie, ad una rappresentazione più groovey e meno aggressiva del proprio DNA, qui le cose sono diverse. A caratterizzare il disco c’è un suono muscolare che vorrebbe essere ballabile, ma che non conosce alcuna apertura ariosa, viaggiando sul lato asfittico di un dancefloor da disco-rock. C’è poco funk, c’è poco punk, c’è poco pop (le melodie difficilmente restano in testa) e la componente industrial è preponderante. La produzione è pulitissima e potente, ma tutto risulta piatto, anche i pochi tentativi di distorsione chitarristica. Si salvano solo quei rari momenti in cui i brani prendono traiettorie inaspettate, come nella quasi suadente Broken Talk con Alison Mosshart, un rock da Joan Jett che però non ha alcuna minaccia o ingenuità, e che dunque diventa troppo bullo per essere sexy. Oppure in Stranded, brano tra i più concitati, e in parte nei pieni/vuoti di First World Citizen.

Un problema grande è come questa musica, un tempo politica fino al midollo, suoni ora staccata completamente dal tempo e dal mondo in cui viviamo, incapace di lasciare segni a livello di songwriting e di profondità sonora, paradossalmente slacciata dal corpo della società nonostante cerchi di suonare epidermica. Una musica che guarda ad un passato fosco e che fosca risulta, come le due torri in copertina, ma senza incutere alcun senso di minaccia.

20 Febbraio 2015
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