Franz Ferdinand (UK)

Biografia

Forse non arriverà indietro fino alla prima guerra mondiale e all’arciduca Francesco Ferdinando, tuttavia la storia del quartetto composto da Alex Kapranos, Nick McCarthy, Bob Hardy e Paul Thomson, i Franz Ferdinand, affonda le radici nell’indie rock scozzese e la sua gloriosa tradizione. Se nei ’90, quando si faceva chiamare Alex Huntley, Kapranos è stato insieme a Thomson membro dei pionieristici Yummy Fur (antesignani del loro stile, poi ripreso dalla band cugina 1990s, in cui milita l’ex collega John McKeown) e leader dei Karelia, il suono e soprattutto l’ethos dei suoi Franz Ferdinand vanno necessariamente ascritti alla Glasgow School dei vari Orange Juice, Fire Engines e Josef K, pur con tutti i distinguo del caso; se si aggiunge al mix la verve tutta british del songwriting di Bowie, Beatles e Kinks (attraverso la lezione dei Blur, ovviamente) e vistose schegge new wave, disco e garage, gli elementi ci sono tutti.

Accesi i motori nel 2002, già nel 2004 il secondo singolo, Take Me Out, li porta su nelle classifiche. Il successo dell’esordio Franz Ferdinand, uscito in pieno revival new wave-post punk dopo dischi come Is This It? degli Strokes, Turn On The Bright Lights degli Interpol e poco prima di Funeral degli Arcade Fire, più che alle tendenze post-2000 si deve soprattutto alla bontà assoluta delle melodie, alla freschezza della formula e, cosa non da poco, a un’attitudine contagiosa che fa dell’ironia e del divertimento a tutti i costi (ma sempre con un certo stile) la sua ragion d’essere. Se l’album arriva a vincere il Mercury Prize, si fa ancora meglio l’anno successivo con You Can Have It So Much Better, almeno in termini di successo: disco di platino quasi immediato e singoli come Do You Want To? e Walk Away che schizzano su, mentre la scaletta regala anche alcune ballad. È il trionfo pop dell’indie made in Scotland, che piace tanto al pubblico dei festival e ai critici d’ogni dove che fanno a gara alla prossima nomination.

Uno status poi consolidatosi nel tempo, attraverso i consensi raccolti da Tonight (2009), prodotto da Dan Carey e dai toni dichiaratamente electro e sintetici, per quanto la sigla della band resti pienamente riconoscibile (un album di remix in chiave dub, Blood, esce lo stesso anno). Quattro anni dopo, è il momento dell’autoprodotto Right Thoughts, Right Words, Right Action (2013) che riporta il quartetto sui binari elettrici e anfetaminici dell’esordio, sin dal singolo Right Action / Love Illumination; mentre è del 2018 (fatta salva la parentesi con gli Sparks) l’uscita di Always Ascending, album che segue un preciso prgoramma, in cui è sintomatica la scelta del produttore Philippe Zdar, alias metà dei Cassius (e prima ancora di La Funk Mob e Motorbass): quello di creare un sound contemporaneo capace di fare bella figura sulla pista di un club come sul palco di un concerto. Ne esce il concetto di natural futurism coniato dalla stessa band che insiste sul fatto che tutto il disco, parti elettroniche incluse, è suonato nel vero senso della parola e che nella loro testa questo doveva essere un suono contemporaneo del futuro (magari dell’immediato, «bastava l’anno prossimo», come ha detto scherzando proprio Alex nella nostra intervista). Il risultato è coerente con le premesse e anche al netto del dimissionario co-fondatore Nick McCarthy la formazione porta a casa un classico disco à la Franz Ferdinand, rinnovato negli arrangiamenti ma identico negli intenti (buona dose groove, brani concisi, pochi orpelli).

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