• mar
    03
    2017

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Maciste Dischi

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Su Superbattito dei Gazzelle se ne sono sentite tante. Prima la strombazzata sotto casa i mesi precedenti l’uscita del disco, poi l’hype come solo la scena romana indie-synth-pop è in grado negli ultimi tempi (anni?) di inscenare. Mettici anche il mistero/non-mistero (di contessiana memoria) del negarsi e sfocarsi ad hoc nei video e nelle foto in un giochino durato giusto gli attimi prima del tour, e le carte sul tavolo ci sono più o meno tutte: Flavio Pardini, alias Gazzelle, da semplice hipster si è trasformato in un giovane 90s che insegue un’estetica da sobborghi londinesi o da rapper da periferia russa, un post-gabber orgogliosamente demodé (come il titolo di una canzone di questo disco) vestito con tute Adidas appariscenti e non, cappellino da pescatore in testa, choker e colori accesi (il rosa e il fucsia in particolare) un po’ dappertutto. Un poserismo il suo ancora più ostentato sul versante videoclip – Quella Te e, in particolare, Zucchero Filato, con quella sfilata di ragazze a metà strada tra Girls, Interrupted, Buffy e le Hole – ma che naturalmente si estende anche alla sfera musicale: un indie-pop – dato in pasto ai giornalisti come sexy-pop – fatto di malcelati artifici.

Si percepisce l’apporto di Leo Pari (altro nome della rinomata scena romana) in fase di produzione nei corposi synth che conferiscono all’arrangiamento un’atmosfera 80s à la The Giornalisti (altro nome della scena romana), sintetica che viene condita di sentimentalismi à la Calcutta (altro nome della scena romana) ma anche di ovvi romanticismi (NMRPM). E se di adolescenza parliamo, allora Gazzelle ha centrato il punto: otto brani tutti orecchiabili (fino alla nausea), fatti del tipico pop da cameretta che ormai da anni ci sta mettendo di fronte alla realtà che gli alt-adolescenti sono tanti e sono anche un pubblico affamato che non cerca più l’indie-rock ma l’indie-pop, e a cui piace intonare facili sing-along che trapanano il cervello e che parlano d’amore e minuscole malinconie attraverso stralci d’immagini quotidiane.

E così, all’improvviso, indossi ancora le All Star e lo zaino Invicta. Nulla di male in questo; il problema di Gazzelle è semmai l’aver perso l’occasione di abbandonare sature costruzioni musicali – consolidate certo, ma anche sovrastimate, abusate – la cui più grande vocazione è quella di arrivare dritte al punto e farti sentire come la prima volta che hai perso davvero qualcosa da giovane, e non parlo dell’autobus per andare a scuola. In questo senso, il Pardini ci sa fare, e anche molto, ma nella gara dell’ “indie prima degli altri” non può vincere, né dal punto di vista della scrittura, né da quello del suo sexy-pop (anche se, con tutta probabilità, non è questo il suo obiettivo).

28 Marzo 2017
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