Recensioni

Quale pretesto migliore di un’ossessione per dare vita a un disco? Sono il contrario dei non luoghi, le ossessioni: non esistono geograficamente eppure sono perfettamente delimitate, dimensioni nel cui perimetro vigono leggi e rapporti di forza peculiari, equlibri e squilibri potenti che, seppure confinati in un sistema chiuso, alludono a tutto quello che c’è fuori, ne sono un riflesso aumentato, trasfigurato. Le ossessioni definiscono uno spazio narrativo potente. Sono già dei racconti in sé.
Gerardo Balestrieri è uno che di ossessioni ne ha collezionate molte lungo il suo peregrinare apolide da una coordinata musicale all’altra, e quella per Corto Maltese sembra in grado di riassumerle tutte. Nell’eroe di Hugo Pratt c’è infatti il viaggio, la bizzarria, l’esotismo, il mistero, un senso terribile e beffardo di morte imminente, le frontiere come astrazione, le distanze come vertigine, i caratteri come maschere più vive della vita stessa. In sella a questa ossessione, Balestrieri si è fatto venire l’idea di un album dedicato al mondo di Corto, e – dopo un crowdfunding andato a gonfie vele – lo ha realizzato, coinvolgendo nell’impresa nomi come Antonio Marangolo (storico sax per Paolo Conte e Francesco Guccini), Pierpaolo Capovilla e Daniele di Gregorio (altro fedelissimo di Conte). Ne è uscito un disco denso e visionario, caldo e formicolante, sfaccettato e inafferrabile. Un disco che sembra sottrarsi al presente ma solo per poterne frequentare con più forza gli spettri, le malattie, l’estinzione dell’avventura come territorio dell’incongruo, del non-pianificato, del non catalogabile.
La scaletta diventa quindi una parata di visioni stordenti, di sogni oppiacei: si passa dalla sarabanda da bettola di Rasputin – come potrebbe un Capossela colto da raptus Tom Waits, impreziosita da un recitato sardonico di Capovilla – ai miraggi desertici di Corte Sconta detta Arcana, si inciampa nel vortice vellutato di Tango di Fosforito per poi caracollare nel teatrino tex-mex di Samba con Tiro Fisso, ci lasciamo ipnotizzare dallo struggimento e dagli sbuffi collosi di Pandora, tratteniamo il fiato per le nuance cameristiche di Banshee (dagli insospettabili echi John Cale), e via discorrendo, di personaggio in personaggio, di avventura in avventura, i nomi come talismani a sorvegliare una cartografia di smarrimenti progressivi che però, paradossalmente, fanno sentire a casa, immersi nella calda ostilità di un’ossessione (appunto).
Un disco che probabilmente sarà destinato a pochi, ma quei pochi potranno vivere la sensazione di essersi imbattuti in un antidoto, o alla peggio in un lenitivo, da opporre alla formattazione degli immaginari. Nonché in una chiave per riscoprire – o scoprire – Corto Maltese, personaggio meraviglioso che non ha ancora finito di raccontare ciò che ha da raccontare, né credo lo farà mai.
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