• mag
    26
    2017

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Sto Records

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Prima di parlare della musica in sé, occorre dire che Ghali si è mosso molto bene. Il ragazzo è sveglio e furbo, e fin qui non ha sbagliato una scelta. Il piedino fuori dal giro strettamente trap è già stato messo partecipando al Club 2 Club dello scorso anno e ad un festival fondamentalmente indie (capiamoci) come il Siren di Vasto. Quello che su SA abbiamo sempre sostenuto è che il problema fondamentale di tanti (potenzialmente) validi nomi del giro trap – i vari Rkomi, Tedua, Izi e compagnia – è l’asservimento ad una maniera derivativa e modaiola che non è chiaro quante stagioni di vita potrà ancora vantare. Non molte probabilmente, o almeno questa è la nostra sensazione. Se i numeri li hai – o potresti averli – ma li impieghi in qualcosa di così contingente e limitante, ti stai tarpando le ali da solo. È il discorso che abbiamo fatto anche in riferimento al nuovo album di Izi. Non si tratta di semplice ecumenismo per lavarci la coscienza e sentirci a posto nel caso in cui qualcuno faccia davvero il saltino. C’è alla base qualcosa di semplicemente oggettivo, e basta ascoltarsi un qualsiasi freestyle di Tedua per averne la conferma.

Ghali da subito si è posto su un piano altro, consolidando progressivamente questo posizionamento via via che i pezzi uscivano e l’hype saliva. Le melodie dei ritornelli mai troppo scontate, produzioni che spesso lasciavano da parte i canonizzati stilemi trap (rullantini surgelati, eccetera) in favore di fragranze più esotiche ed etnicheggianti – vedi Dende, qualche variazione sul tema, a livello di testi, che la buttava sulle rivendicazioni dei migranti di seconda generazione, il cantato in arabo (Wily Wily). Poi è arrivata Happy Days a confermare definitivamente questa direzione: un singolo semplicemente perfetto che sostanzialmente prende la produzione precedente di Ghali e la gira su Stromae. Intanto lui si prende la copertina di Rumore e più o meno tutti ne parlano. Come prevedibile, in tanti sono pronti a salire al volo sul carrozzone (e lo diciamo senza biasimo), anche chi per questioni di background o puramente anagrafiche dal fenomeno trap e affini era stato fin qui escluso. Insomma Ghali sembra essere in grado di mettere d’accordo un po’ tutti e catalizzare spinte anche molto differenti.

Il programmatico esordio Album (il giochino onomastico ha un precedente grazie ai PIL, ma anche la cover sembra rimandare all’omonimo e postumo Michael di MJ) è esattamente quello che tutti si aspettavano e auguravano: la dimostrazione che c’è vita oltre la trap, che una volta accantonati quei quattro stilemi già fossilizzati, i più meritevoli possono anche avere qualcosa di interessante da dire. Il parallelo, magari un poco altisonante ma per vari motivi calzante, è con Drake (quello dell’ultimo More Life). Ghali annusa, coglie, assimila e rielabora. È una furbata, ma è fatta bene. Le 12 tracce spaziano alla grande, raccogliendo un po’ di tutto e affondando le mani in tante cose diverse. Abbiamo i pezzi house estivi e soffusi (Milano), la dancehall (Libertè), i pop anthem reggaeggianti (Oggi No), le reminiscenze trap ancora una volta insaporite da spezie tribali (Ninna Nanna). Funziona praticamente tutto. Qualche melodia ha un retrogusto di già sentito, come il giro discendente nel ritornello di Pizza Kebab che riporta alla mente Radio/Video dei System of a Down, ma poco male.

Tecnicamente Ghali non è un mostro. È onesto, non è scarso ma non è neanche Murubutu. Il flow funziona ma le mani non salgono mai ai capelli. Anche i testi restano lì, a metà strada tra il consapevolmente banalotto («Io sono Coca e tu Pepsi») e qualche tratto di costruzione un po’ più articolata ed ambiziosa. I riferimenti e le citazioni sono abbastanza base e furbi a loro volta: abbiamo Kill Bill, Carlito’s Way e Breaking Bad, insomma le cose che ti fanno sentire alternativo il giusto e che tutti gli alternativi il giusto conoscono. Charlie Charles è semplicemente il producer perfetto per un’operazione del genere: bravo abbastanza da tenere la palette ampia a dovere, riesce spesso a trovare l’elemento capace di dare al pezzo una marcia in più; ecco allora il basso slappato di Habibi, il giro di piano di Lacrime, le chitarre latineggianti di Vida. Ogni pezzo ha il campionamento che ti fa dire “bella lì, figo!”. Quello che fa funzionare il tutto è che il risultato finale – nonostante le premesse – non si ferma ad un aurea mediocritas. L’immediata e non filtrata fruibilità dell’insieme si traduce facilmente in una trasversalità estendibile potenzialmente a chiunque, e qui ci riallacciamo a quanto detto in apertura.

Ci sarebbero poi le premesse anche per aprire un discorso quantomai attuale su promozione, distribuzione e fruizione nel 2017. Il giovanotto è forse il miglior esempio di successo DIY in Italia versus le arcaiche prassi in disfacimento dell’industria discografica. Sulla questione, approfondita anche da David Byrne con un capitolo dedicato nel suo Come Funziona la Musica, sarà necessario e imprescindibile tornare. Per ora resta ancora da capire quale sarà la dimensione definitiva di Ghali. Questo è un (ottimo) disco pop. La cosa ha però tutte le stigmate per poter acquistare uno spessore che ambisca a qualcosa di più del semplice canzonettiere radiofonico (questa volta, particolarmente à la page), ma anche dell’effimero fenomeno che nasce e muore grazie a YouTube e Spotify. Intanto abbiamo tra le mani un primo vero passo nella direzione auspicata.

26 maggio 2017
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