Recensioni

Poster sulle pareti della cameretta e ricordi legati all’infanzia sullo sfondo. Espressione catatonica stampata sul viso dormiente e look a metà strada tra un nerd da high-school e uno slacker da divano. Così si presenta nella press photo Sam Hall aka Ghost Orchard, cantautore appena diciottenne di Grand Rapids, Michigan. Basta fare uno più uno per intuire quelle che sono le coordinate musicali contenute nel suo secondo album intitolato Bliss perché, è inutile prenderci in giro, anche le micro-nicchie più lontane dai riflettori (come quella del lo-fi/bedroom pop) hanno un preciso immaginario di riferimento e conseguenti regole estetiche da rispettare.
Il buon Sam Ray, una delle più grandi menti del DIY-pop anni Dieci (Teen Suicide / Julia Brown / Ricky Eat Acid), ha recentemente creato una compilation – intitolata Art Week 2016, ascoltabile ovviamente via Bandcamp – che racchiude un po’ tutti i principali protagonisti della scena tra cui Alex G, Katie Dey e Spencer Radcliffe. Dai primi due Ghost Orchard (anch’esso presente nella compilation) eredita l’etichetta che li ha fatti conoscere (l’Orchid Tapes), mentre dal terzo assorbe tutta la vena sperimentalmente annebbiata.
Analizzando Bliss, parlare di canzoni potrebbe essere addirittura eccessivo. Sono infatti perlopiù melodie che dondolano sospese su uno sfondo alterato e assolutamente apatico. Composizioni abbozzate che mostrano barlumi di talento tra le sporadiche insenature della patina oppiacea che caratterizza interamente un lavoro messo in piedi con pochissimi mezzi nei più classici dei crismi lo-fi. Suonini impazziti, reverse-loops, giochetti da laptop, stanchi arpeggi di chitarra e tastierine sbilenche – ma infantilmente appiccicose – fanno da cornice a tredici tracce (per appena 28 minuti) che tendono a confondersi l’una con l’altra, creando di riflesso una sorta di flusso ipnagogico che si muove tra i solchi già apprezzati (ad esempio) in The Light di Soft Fangs, inseguendo l’andazzo rassegnato degli Sparklehorse e il cullare cosmico degli Spiritualized (è il caso di Separate).
Tra i passaggi in cui emergono in modo leggermente più prepotente le caratteristiche della pop-song – in primis grazie alle semplici sequenze di note che escono dalla simil-Bontempi – citiamo 4th of July, I See You Floating e Lavender, tre brani in cui l’alienazione più totale (siamo quasi ai livelli del Frusciante di Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt in Wisher) scende a compromessi con qualcosa di non troppo distante dalla forma canzone.
Per chi volesse approfondire, sul Bandcamp di Ghost Orchard è disponibile anche il precedente album autoprodotto Poppy, caratterizzato se possibile da una produzione ancora più casalinga.
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