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In Mainstream, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e alla Festa del Cinema di Roma in Alice nella città, Gia Coppola fa un discorso di per sé noto e ampiamente problematizzato dal cinema negli ultimi anni: il conflitto tra la realtà (cos’è oggi la vita realmente vissuta?) e la sua controparte “aumentata” cristallizzatasi nelle immagini dei social-media.

Era il 1995 quando ne Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà? Jean Baudrillard sosteneva di vivere una fase d’isteresi del reale, nel senso di una privazione e progressivo venir meno delle categorie di realtà fino a quel momento convalidate, di cui rimangono soltanto dei brandelli e detriti meccanicamente sollecitati a vivere e morire nella virtualità circostante. E nel 2020, in effetti Coppola parte proprio da questi frammenti, che nell’era dei social media sono i “mi piace”, le visualizzazioni, i commenti ai video da cui i protagonisti del film finiscono per essere ossessionati se non del tutto assorbiti.

Mainstream guarda a un trio di giovani – videomaker, sceneggiatore e attore – che tentano di dare un senso alle proprie vite nel marasma della Hollywood contemporanea. Dopo varie peregrinazioni, i tre saranno assunti da un’agenzia che crea contenuti video per YouTube con cui, guadagnandoci, i ragazzi avrebbero ridicolizzato i cosiddetti “potenti”: i brand, la televisione, i social stessi, e quindi il capitale tutto. Inebriati dal successo dell’operazione – come da copione – Frankie/Maya Hawke, Link/Andrew Garfield e Jake/Nat Wolff diventeranno essi stessi chi fino a quel momento avevano ferocemente criticato.

Quello che Gia Coppola vuole dirci è chiaro sin dall’inizio: l’uomo è per certi versi già una specie di cyborg. Ha il suo smartphone, il suo computer, la sua televisione – la sua personalissima realtà potenziata – senza cui si sentirebbe perso. Ed ecco spiegato anche l’epilogo finale, come se ce ne fosse davvero bisogno, data l’immediatezza e l’estremo manicheismo con cui viene portato avanti il messaggio. Quali prospettive per la realtà, quindi? La risposta di Coppola è cupa ma anche molto irritante e moralista. In un film che senz’altro pone delle questioni, avendo – letteralmente – messo i personaggi al servizio del tema, svuotandoli di una densità che avrebbero potuto avere o acquisire nel corso della storia fino a renderli dei veri e propri manichini, drammaturgicamente inesistenti, la cineasta percorre la storia della comunicazione (partendo dal linguaggio dei film muti, ovviamente) e del rapporto tra realtà e immagine, esacerbatosi con l’avvento dei social. Il modo in cui questo conflitto viene reso è però monocorde e statico.

Coppola ci accusa. Accusa lo spettatore – il personaggio di Garfield è una specie di Joker depotenziato e ridicolo – di essere partecipe del suo stesso disfacimento interiore senza soluzione di compromesso. Non ci sono ambiguità né contraddizioni. Anzi, quando ci sono, Coppola le scioglie e categorizza. Mainstream vorrebbe dirci che non esiste realtà al di fuori della mediazione o manipolazione dell’immagine, del riprodotto e dell’artificiale, del costruito, ma alla fine non fa altro che contorcersi sulla tortuosità che decide di attribuire al tema.

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