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«Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione». Dalle pagine di Victor Hugo allo scenario di Joker proposto da Todd Phillips il passo è breve e consequenziale. L’opulenza che contrasta con il degrado, le differenze di classe, il disagio civile e il senso di smarrimento politico sono immagini di una società uguale a se stessa nonostante lo scorrere del tempo, e forse il 1700 de L’uomo che ride non è tanto distante dagli anni Settanta del film-racconto sulle origini del clown principe del crimine (villain che Jerry Robinson creò ispirandosi proprio al protagonista del romanzo). Gotham City è una fogna a cielo aperto attraversata da violenza, ratti e spazzatura come l’Inghilterra dell’epoca, i ricchi mangiano e i poveri piangono, e la felicità è un lusso che solo pochi possono permettersi. Un quadro più angosciante non avrebbe potuto esserci: questa, in chiave esistenzialista, è la vera apocalisse. La fine dei giochi, l’unico futuro possibile.

Tuttavia, il paragone con Hugo non è la sola chiave di lettura di Joker, che ha la straordinaria capacità di tenere fede alle sue promesse e di conservare lo spirito nichilista senza compromessi con il genere a cui appartiene (il cinecomic). C’è infatti uno studio del personaggio e del mondo-laboratorio speculare a quello di Martin Scorsese, dove la violenza repressa di Taxi Driver si mescola al rifiuto della realtà di Re per una notte, con la differenza che stavolta l’antieroe ammette di essere stato respinto, e per lui non arriverà nessuna tragica liberazione. Rupert Pupkin, il comico fallito interpretato da Robert De Niro, alla fine della storia  riusciva a conquistare l’amore del pubblico solo nella cornice dello spettacolo, mentre qui Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), che comico non è mai stato, diventa un simbolo della rivolta, la voce degli ultimi, l’ariete che sfonda le porte dei benestanti.

L’America evidentemente trumpiana di Phillips collega il Joker allo spettro di un paese, e di una società contemporanea allargata, al collasso in cui le ideologie non esistono più ma solo leader carismatici in grado di raccogliere le urgenze del popolo. Con un occhio rivolto al passato (letterario e cinematografico) e uno al domani, il film sembra condannare questo ricorso ossessivo alla felicità come cura per l’ansia sociale, ribadendo invece l’importanza dell’empatia come mezzo di salvezza. Una risata potrà coprire il rumore di fondo, ma non asciugare le lacrime né proteggerci dall’incubo nel quale già viviamo.

31 Agosto 2019
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