Recensioni

Nafta potrebbe essere il disco capace finalmente di sdoganare Giacomo Toni presso un pubblico più ampio. Non che il Nostro non sia conosciuto, sia chiaro: centinaia di concerti in giro per l’Italia, con o senza band al seguito, gli hanno garantito negli ultimi anni una certa fama sotterranea da mattatore del pianoforte, grazie a live sempre al limite del surreale. Gli stessi live durante i quali queste canzoni si sono formate, concerto dopo concerto, provate e riprovate – ne siamo stati testimoni più volte – nel lungo periodo trascorso tra l’ultimo disco pubblicato dal musicista (Musica per autoambulanze, 2013) e l’arrivo di questo nuovo lavoro.
Qui il linguaggio scelto per veicolare i brani, diversamente da quanto accaduto in un album precedente maggiormente legato al jazz e al cantautorato, è un «piano-punk» letterale e col battito accelerato, in cui si mescolano chitarre elettriche pungenti, pianoforti nevrastenici, ottoni dissonanti, bassi e batterie, e che vorrebbe – a nostro avviso riuscendoci – ricostruire l’universo incasinato e deragliante del Toni-pensiero in sede live. Un rutilante affresco rock & roll che ingloba ragtime, cantautorato e swing, Jerry Lee Lewis, Jerry Roll Morton e Freak Antoni, ironico e leggero solo in apparenza (per favore, non chiamatelo “demenziale”), in realtà lucidissimo nel raccontare alla sua maniera ciò che ci circonda, anche stimolando un sorriso liberatorio. E così nel funk irresistibile de Lo strano i personaggi di una sala biliardo della provincia diventano una giuria drogata di conformismo pronta a condannare lo “sfigato” di turno; in Chinatown «icone brizzolate del nostro glorioso artigianato» frequentano centri massaggi in cui «il confine è l’inguine, stando alla giurisdizione»; in Codone lo sbirro un picchiare folle sui tasti del pianoforte accompagna il protagonista del brano mentre si gode i “privilegi terreni” garantiti dalla divisa; in una Il porco venduto che sono volutamente sgrammaticata e autobiografica il testo si rivela uno stream of consciousness fatto di cinismo e frustrazioni lavorative. Ma è tutto il disco a raccontare efficacemente storie di vita vissuta (o inventata) attraverso quell’osservazione partecipata in cui Toni si dimostra maestro, lontana dal giudizio morale (come del resto lui stesso ha sottolineato) e invece affascinata da una quotidianità umana fino al midollo, e per questo consapevolmente difettosa e degna d’attenzione.
L’ultimo brano in scaletta, ovvero quella Inchiodato a un bar che mette da parte per un momento l’istrione rivelando invece il cantautore intimista, è un po’ l’altra faccia di un musicista che qui assomiglia, per profondità, malinconia e abilità nel tratteggiare un sentimento personale e universale al tempo stesso, al grande Jannacci. Ed è anche questo brano che fa comprendere quanto la poetica del romagnolo alla fine non sia solo quel facile solleticare la pancia che potrebbe sembrare a prima vista, ma invece il risultato di una scrittura articolata e narrativa. Che ci crediate o meno, Nafta è un disco di grandi canzoni, oltre che una lente di ingrandimento per interpretare un immaginario che non teme l’ironia e la personalità, la folle teatralità e le scelte musicali poco scontate.
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