Recensioni

7.1

«Il blues per quanto mi riguarda è una pianta rampicante dell’anima, non un semplice genere musicale»: questo ci diceva Gian Luca Mondo nel 2014, quando lo intervistammo in occasione dell’uscita dello splendido Petali. In quel disco il Nostro sintetizzava un immaginario che pulsava di «indeterminatezza e sudore», tra chitarre elettriche e «anomia da bluesman del nuovo millennio», reinterpretando il genere di riferimento secondo direttive del tutto personali, da cantautore atipico, caracollante. Da quei solchi emergeva una grande personalità appesa a una naturalezza poetica al tempo stesso potente e in filigrana, profonda e in balia della contingenza, tra parole taglienti e cantato volutamente abbozzato.

Malamore arriva ad appena un anno da quel disco e conferma lo spessore di un autore senza briglie e steccati troppo ovvi da rispettare. Qui la scelta formale è ancora più “grezza” rispetto al disco precedente (un po’ come la foto pixelata che compare in copertina), tanto che spesso la sensazione è che si sia registrato in presa diretta: un pianoforte, una chitarra elettrica d’accompagnamento e in lontananza flutti di feedback, quasi fossero parte integrante della poetica di Mondo, con la loro ruvidezza inquieta. O magari del suo carattere: quello che emerge da dieci brani capaci di mostrarsi estemporanei e al tempo stesso necessari, intimi e universali, in balìa di uno stream poetico del testo da inseguire senza farsi troppe domande ma nel medesimo istante incredibilmente a fuoco.

Si tratti del fingerpicking al crepuscolo di Van Gogh Blues, del country slabbrato di La canzone del Baio, del blues urbano di Blues del doppiopetto, degli incastri di rima di Ringraziamento, dello pseudo-ragtime di Anticanzone o del De Gregori intuìto nell’ottima VagaMondo, l’impressione è sempre quella di trovarsi di fronte a una cascata di significati vitale e sorprendente. Nulla a che vedere con i poser posticci da cantautorato 2.0: Mondo al massimo sta in periferia, a ridere di chi suda sette camicie per farsi accettare dalle istituzioni del genere.

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