• Set
    27
    2019

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Siamo così abituati alle etichette che le etichette ormai sono buone a comunicare soltanto se stesse. Ad esempio: “cantautorato rock”. Ok, e quindi? Possiamo sfruttare la semplice interazione tra i due termini e spiegarlo come un cantautorato con l’aggiunta di amplificatori, distorsori, una certa enfasi ritmica e quel tasso di asprezza in più, o viceversa un rock che prova a darsi senso e sostanza autorali, ma qualcosa mi dice che non possiamo cavarcela così. Tentare di rendere il tuo cantautorato più rock o viceversa è una pratica destinata ad esiti imbarazzanti. Sotto vari aspetti: strutturali, timbrici, lirici, ritmici, tematici, inerenti il mood, il piglio, l’interpretazione. No, ne sono convinto: non puoi fare cantautorato rock se non possiedi già la chiave di entrambi, del cantautorato e del rock.

Giancarlo Frigieri, ad esempio, mi è sempre sembrato uno che si portava il rock nella gola (in petto, sulle spalle) anche negli episodi più cantautorali del suo repertorio. Il passato coi Joe Leaman c’entra, ovviamente, ma non lo ritengo così decisivo. È più una questione di affinità e convergenze tra le intenzioni di Frigieri (la sua, diciamo così, poetica) e – rullo di tamburi – il senso stesso del rock, considerato quest’ultimo come una delle voci più naturali dell’irrequietezza che germina nel cuore del meccanismo sociale. Rock che di questo meccanismo rappresenta più un effetto collaterale che indesiderato, prodotto secondario inevitabile o, se preferite, una sorta di “scarto organico”. Che qualcuno meglio di altri sa intercettare e farne canzoni, suono, storie.

Nelle storie – appunto – che ci racconta il rocker/cantautore di Sassuolo (modulando il punto di vista tra affreschi a volo d’uccello su anime febbricitanti e voci in prima persona intercettate “wendersianamente”), si avverte pulsare la vena del disincanto, senti l’odore delle illusioni ferite, un fatalismo quasi agonizzante che prova comunque a mantenersi combattivo, rabbioso, per poter almeno continuare a chiamarsi vita. I personaggi di Frigieri sono anime esposte per il tempo di una canzone, abitate dalla stessa energia che ha provocato la frattura da cui possiamo inquadrarle, un’energia che in questo nuovo I ferri del mestiere ha licenza di uscire allo scoperto. I fraseggi di chitarra elettrica sui due canali sono il binario su cui scorrono, spesso sferragliando, quasi tutti i pezzi, la chitarra acustica in mezzo a legare – come le traversine per le rotaie – e il rotolare ritmico mai tanto crudo e fragrante: lo schema è risaputo, ha l’asprezza più ferita che liberatoria di un Jason Molina periodo Magnolia Electric Co., e suona come la lingua più adatta per dire ciò che deve essere detto.

Dal sarcasmo antipopulista di Bastiglia – consumato giustamente con una marcia ventrale tra bettola e stadio – ai residui di speranza della conclusiva L’altra canzone del sole (citazioni Battisti solo come trampolino per tuffarsi in un piglio amaro Bubola), le nove canzoni stemperano immediatezza e intensità, concedono il passo da ballata malinconica con Speriamo che sia lei e un ripiegarsi brumoso in Tradimento (trepidazione quasi spettrale che rimanda ai ciondolii cupi dei primi R.E.M.), ma per il resto incedono agrodolci, amare, sferzanti, vedi una Lungomare che spedisce i Whiskeytown in Romagna a soppesare vite finite in buca o quella Notte Bianca come potrebbe un Jeff Tweedy con la luna di traverso. 

È uno dei lavori più belli di Frigieri, il nono in tredici anni, ed è perciò anche un caldo invito a riscoprirne la discografia, il cui peso specifico meriterebbe più diffusione e considerazione. C’è poi, non secondario, il segnale che un album come I ferri del mestiere manda a quelli che “il rock è morto”, ovvero: ci sono storie che meritano di essere ascoltate e questo è ancora uno dei modi migliori per raccontarle.

22 Settembre 2019
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