• Dic
    17
    2018

Album

Contempo

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Archiviata già da qualche anno la decisione di appendere il basso al chiodo per dedicarsi solo alla produzione (a chi conosce il suo proverbiale stakanovismo dev’essere sembrata da subito una battuta), dopo due dischi incentrati sulle collaborazioni il bassista più centrale dell’indie italiano depista anche qui con un disco chiamato Alone realizzato, contrariamente a quanto dice il titolo, insieme a nomi coi quali finora non aveva lavorato. E tanto per chiarire che, se il suo storico basso “Attilio” è appeso nella sede della Contempo (dopo essere stato recuperato dal furto), l’attività musicale continua decisa, il disco è solo il primo volume di una serie di quattro (più uno zero per chi si abbona) che l’autore non esclude possa continuare.

Un progetto dilatato, quasi di “never-ending record”, anche se ad essere dilatate sono soprattutto le atmosfere musicali, come già spesso accaduto nella storia del musicista, dai CSI ai PGR, fino a Nulla è andato perso. E se l’iniziale Cuspide e più avanti Sìncaro presentano pennate di chitarra acustica dal sapore di In quiete e L’altrove – preludio richiama le Memorie di una testa tagliata, le consuete dilatazioni e sospensioni ai limiti del dub qui sono ingredienti del mix che dà forma a brani lunghi e ipnotici dal sapore a metà tra Africa/medioriente elettrificati, con un po’ di aperture verso il krautrock più tribale (o “kraut-ma-rock”, come si dice nelle note di stampa) e Iosonouncane a dare un po’ della sua “macarena elettrica” nei 17 minuti di Tundra, mentre Edda, su L’altrove, contribuisce al tono da canto sacro che aleggia sul disco insieme a un sentore di ricordi del lontano viaggio in Mongolia dei tempi di T.R.E.. Prima del finale di Alone to be continued, che dovrebbe introdurre la prossima tappa, Sìncaro alterna piani e forti tra i vocalizzi di Mercedes Pintore, le distorsioni già presenti a momenti nei brani precedenti, il testo recitato da Luca Swanz Andriolo e la tromba di Enrico Farnedi sull’elettrico finale dalla melodia che ricorda la coheniana Dance Me To The End Of Love.

Un disco di etno-rock che suona come un viaggio «per celebrare […] il tutt’uno cosmico di cui siamo parte vitale»; un viaggio spirituale e concreto sempre a Oriente, ma con radici nei luoghi e nei tempi di cui Maroccolo è originario.

23 Gennaio 2019
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