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7.3

Ha ancora senso parlare di rock italiano in un presente (che capire non sai) disperso in un marasma di futurismi e mondi appena pensati, più che realmente immaginati? Evidentemente sì, a giudicare dall’ultimo lavoro in studio di Giorgio Canali e i suoi Rossofuoco, che contiene ancora intatta la poesia di un genere, se non più rivoluzionario come un tempo, nelle sue mani sicuramente ancora ruvido e combattente e, nondimeno, carico di un genuino ed efficace potere riflessivo. L’idioma di Canali è quello di un cantore avventato e con il cuore colmo di vita, un inguaribile romantico che poco ci mette a mandare a fanculo chicchessia con del sano realismo punk, fatto di parole epidermiche ma altrettanto profonde, vestite di un amabile abito parimenti composto di forma e sostanza (ops…).

Un doppio album registrato a distanza, tra Bassano del Grappa, Bologna, Carbonia, Miami, Roma e Sesto Fiorentino, durante il recente lockdown («Isolati e confinati nei nostri rispettivi ambienti domestici, rifiutandoci di partecipare alle farse consolatorie dei miniconcerti in streaming e alle balconate pomeridiane»), e intitolato evocativamente Venti, proprio come quest’anno horribilis che ci ricorderemo per molto e come anche il numero delle canzoni che lo compongono: venti schegge sostenute da una poetica realista e vissuta, che rivendica l’essersi sporcati le mani con l’esistenza tanto da poterla cantare con credibilità.

Canzoni, di questo si parla, che omaggiano il rock degli anni ’60 e ’70 utilizzando veridicità e veracità come collanti tra storie di disillusione dal passo sospeso (Eravamo noi) e di rivoluzioni ignoranti all’orizzonte (quelle smosse dall’assenza di visione e dai proclami facili che ci rovinano la colazione al bar) raccontate con un tiro roccioso ed incisivamente scanzonato. Messaggi all’apparenza frugali e diretti, ma in realtà per nulla semplici, che si prendono la responsabilità di un punto di vista carico di una matrice politica primordiale, capace di raccontare distopie troppo prossime, rischiando a volte di essere anche fraintesi (Nell’aria), e che passa dal combat rock clashiano sulla svalutazione umana (Inutile e irrilevante) o per le chitarre incendiarie del dichiarato omaggio ai Gun Club (Raptus).

Una musica che vive poi di sentimenti, quelli melanconici che animano la ballata di Vodka per lo spirito santo o la magnetica Tre grammi e qualcosa per litro (“drunken songs” come le chiama il Nostro); oppure di quelli quotidianamente sepolti sotto il pudore del vigliacco funzionalismo umano e qui invece cantati con coraggio nella ballata à la Paolo Pietrangeli di Acomepidì; o ancora che emergono nel tormento viscerale in pieno stile Rossofuoco di Morire Perché, un brano intriso di quella piccola ma abbacinante illuminazione che riannoda i fili con il precipitare di un tempo. Questi sono solamente alcuni significarvi esempi di un ricco campionario autoriale, che arricchisce ulteriormente una carriera già pregevole.

Nella confusione caotica di un tempo costantemente in crisi, Canali esorta alla reazione e alla presa di coscienza con del sano cantautorato schietto ma altrettanto profondo e toccante, raccontando senza peli sulla lingua parte di quello che siamo e che spesso non sappiamo o non vogliamo dire.

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