• Feb
    10
    2017

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Bomba Dischi

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L’uscita del disco d’esordio di Giorgio Poi cade proprio nella settimana sanremese, quel periodo dell’anno in cui ci si interroga un po’ di più sul destino del pop italiano. Sì, perché a guardare Sanremo vien voglia di chiedersi per quale motivo non si possa trovare su quel palco un altro tipo di pop, orecchiabile quanto serve, leggero quanto serve, da tormentone quanto serve, ma diverso dai soliti nomi che ormai girano da anni all’Ariston. Sarà sicuramente un gioco da entrambe le parti – tipo: io ti snobbo perché tu mi snobbi – ma resta il fatto che uno come Giorgio Poi avrebbe tutte le carte in regola per partecipare a Sanremo, se solo Sanremo avesse un occhio di riguardo in più per la musica. Pardon, questo non è un articolo a proposito del Festival, ma si parla di pop e di cantautori pop che non vedono in quel palco una vetrina adatta a sé e al proprio percorso, nonostante le loro produzioni siano sfrontatamente italiane – vedi Brunori Sas o Calcutta, per dirne un paio. E qui si sta parlando di un musicista che magari non ha vissuto il boom sul finire del 2015 dell’autore di Latina appena nominato, ma deve in ogni caso fare i conti con la sua parte di hype, visto che Fa Niente è uno dei dischi più attesi di questo inizio anno.

Giorgio Poi, ex membro della band transnazionale Vadoinmessico (poi Cairobi dal 2014), decide di comporre un disco solista in italiano perché prova quella che in tedesco si chiama Heimweh, ovvero la nostalgia della patria, da cui il Nostro è rimasto lontano per molti anni avendo vissuto a Londra e Berlino. Ed è proprio il sentimento di nostalgia a condurre queste 9 tracce (di cui intro e outro strumentali): nelle linee melodiche troviamo sprazzi di Lucio Battisti (L’abbronzatura), così come spunta Dalla nelle linee di basso di Acqua Minerale. Nostalgia, quindi: guardare al passato ma rimescolandolo, riadattandolo, così com’è per Brunori Sas o Dente – con cui Poi condivide per altro una certa flemma nel cantare – o come d’altronde fanno altre band e cantautori, vedi i Canova, i Gazzelle e altri. Anche nei testi, il musicista si aggrappa a oggetti e minuscoli momenti di tipica italianità: il racconto di un quadretto di vita quotidiana nei bar col sottofondo del verso dei gabbiani (in Tubature), o in generale quando parla del mare, presente in brani come Le foto non me le fai mai e Doppio nodo. Avendo vissuto molti anni all’estero e portando avanti il progetto internazionale parallelo Cairobi (di cui è uscito il disco a fine gennaio) non mancano elementi anche un po’ fuori dalla tradizione nostrana: l’esotismo delle soluzioni ritmiche di L’abbronzatura, che ricorda proprio i Cairobi, o l’aderenza allo psych-pop del cantautore canadese Mac DeMarco, nascosto tra gli accordi distorti, le scale discendenti del singolo Niente di strano e di Le foto non me le fai mai, o nei riverberi di Paracadute e Doppio nodo.

Ballate pop, insomma, psichedeliche e spensierate alcune, romantiche altre, non particolarmente ricercate, conformi alla tendenza indie-pop del momento, ma efficaci nel loro essere orecchiabili – si prenda l’inesauribile sing-along di Tubature che dura un minuto e mezzo. Non è un disco fuori dai canoni; quello di Poi è un racconto di normalità, cadenzato in maniera schietta secondo il suo pacato ritmo interiore. E non è lontano dai gusti di un pubblico potenzialmente più ampio, così com’è stato per Calcutta nel 2016. Sperando (per lui) che non duri dall’oggi al domani come accade a molti progetti musicali simili.

11 Febbraio 2017
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